I Paputi, tradizione millenaria tra mito, fede e spirito identitario

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Il cammino della Fede è un concetto di metaforica ascensione verso uno stato di equilibrio cosmico. “Ciuffi d’isotopi in mano, passeggio tra le particelle dei miei atomi. Nuclei pulsari, neutroni e quasari: il mondo è piccolo, il mondo è grande, avrei bisogno di tonnellate d’idrogeno…” cantava Franco Battiato in una nota traccia contenuta nell’album L’arca di Noè.

Necessità, istintiva, dell’animale uomo è la pratica del misticismo nelle innumerevoli forme alla ricerca di arcaiche tracce di memoria: ciò lo conduce al cospetto di quel Principio creatore e, come tale, in una dimensione di serenità universale. L’uomo per vivere ha bisogno di uno scopo e tale scopo necessita di un’anima. La tradizione cristiana dei primi secoli vuole la rappresentazione della Via Crucis nella sola città di Gerusalemme; furono poi i Francescani a renderla ecumenica legandola intimamente allo spirito identitario dei nostri territori: epidermica è l’esigenza di vivere da innovatori ma nel solco della Tradizione, perché un popolo senza storia è un popolo senza anima.

La valle del Sarno, luogo mistico ed ancestrale, conserva una profonda devozione a Dio e alla tradizione dei riti cristiani. Degni di onore e pregni di significato sono i riti del Venerdì Santo dove, nella simbolica adorazione di Cristo in Croce, si raggiunge il culmine di un percorso purificazione nell’attesa della Pasqua di Resurrezione. A Sarno, da tradizione millenaria, nella notte tra il Giovedì santo e il Venerdì di Passione si preparano i Sepolcri che disseminano il vasto centro storico e con canti e preghiere ci si avvia alla vestizione dei Paputi. Ogni contrada è rappresentata da una chiesa e ogni chiesa è glorificata da una Croce. Trascorre la notte; alte si elevano le preghiere al Cielo. Gli uomini, incappucciati, indossano il saio per la processione. In tutte le contrade i Paputi sono di colore bianco ad eccezione di una. L’Insigne Collegiata di San Matteo Apostolo che dall’alto del monte domina, eterna custode, l’intera Valle da mille anni, ultimo baluardo di una cultura fortemente radicata sul territorio. La collegiata di San Matteo è l’unica a vestire i suoi Paputi di rosso. L’esperienza mistica della processione del Venerdì Santo è un momento di ricerca interiore e di transito. Inizia generalmente qualche attimo prima del sorgere del sole. Alla testa della processione un primo incappucciato sorregge con la forza delle sue braccia la Croce in pesante legno nero; un passo indietro, a protezione, due sorveglianti rispettivamente a destra e a sinistra illuminano la strada con una lanterna. Un corteo di anime, silenti, senza volto seguono il Cristo in croce; alle spalle le donne cantano a Dio la fede. Sarno è legatissima ai culti del Venerdì di Pasqua. Figure emblematiche hanno votato la loro vita a tale illustre tradizione come il caro Generoso Russo che volle portare la Croce, seppur per pochi passi, anche negli ultimi giorni della sua vita terrena o la cara signora Concetta Illiano spentasi dopo aver intonato i canti alla Bella Croce per la processione a cui non aveva rinunciato. Esempi di saggezza e amore infinito, posti a memoria eterna del valore infinito di tale tradizione.

Parte il corteo: è uso che esso si fermi ad onorare, alla presenza della Croce Santa e i canti antichi delle donne, l’ultima stazione della Via Crucis prima di addentrarsi nel budello sottostante la Collegiata di san Matteo Apostolo. Si prega il cuore santo di Maria prima di affrontare il transito dal buio del tunnel alla Luce della Vita. Usciti dal percorso che corre sottoposto alla struttura dell’anno 1000 della Collegiata si accede al borgo di Terravecchia per onorare l’affresco medievale della Madonna nera e proseguire, poi, verso il cammino di penitenza e ascesi, per ritrovare Dio e se stessi con l’esercizio del Silenzio, che durerà fino al rintocco delle campane di mezzogiorno. Le uniche voci ad accompagnare il corteo sono i canti delle donne: “Ecco la bella croce, Ecco di Pace il segno, Questo è quel Sacro Legno, dove Gesù morì…”

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Paolo Guidone
È uno studioso di lingue semitiche e dei fenomeni sociali nell'evoluzione nei Rapporti Internazionali. Laureato in Giurisprudenza e innamorato di Geopolitica è specializzato in diplomazia culturale, sistemi finanziari e sicurezza. E’ docente a contratto in C.I. di Relazioni Internazionali, Teoria dei Trattati, Storia dei Mercati Valutari. Ama la Vita, lo Sport e la Ricerca. Ha scritto: "Alla Ricerca dell'Immortalità: Racconti e Tradizioni della mia Terra, la Valle del Sarno" testo mai pubblicato ma donato agli amici di sensibilità comune. come lui stesso afferma: "Fu il risultato di una profonda Ricerca Identitaria, appassionata, Filosofica, personale. L'intenzione Era ed È, tutt'ora, di comprendere quale percorso seguire per non Morire."

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