Due sere fa Il Festival delle Città Identitarie ha raccontato Ferrara nel Rinascimento, ai tempi di Isabella d’Este e Lucrezia Borgia. Ma Ferrara è ancheuna città che si è reinventata nel Novecento grazie al cinema. E che proprio grazie al cinema, ha avuto un suo secondo Rinascimento. Un periodo d’oro che ha avuto come protagonisti figure come Michelangelo Antonioni, Florestano Vancini, Giorgio Bassani, Folco Quilici, Carlo Rambaldi, e tanti altri.
Roberto Longhi, il più grande storico dell’arte del Novecento, ha coniato l’espressione “officina ferrarese” per definire la scuola pittorica rinascimentale locale: pittori capaci di guardare la realtà con un occhio originalissimo, sospeso tra il concreto e il visionario. Ecco, quella stessa attitudine riemerge, secoli dopo, nel cinema. Il paesaggio ferrarese — la nebbia, la pianura senza fine, il Delta del Po, il silenzio — ha una qualità visiva che attrae i cineasti come una calamita. Con quasi trecento titoli tra lungometraggi, documentari e sceneggiati, questo territorio è uno dei set a cielo aperto più frequentati d’Italia. Non è una coincidenza: è una continuità culturale profonda.
Ci sono due nomi che quasi nessuno conosce. Il primo è Rodolfo Remondini, attivo nell’epoca del “cinema delle attrazioni”, il cinema dei primordi, quando già vedere immagini in movimento era uno spettacolo (prima del 1915): imbonitore, pianista, documentarista, un uomo di spettacolo totale. Il secondo, e più importante, è Antonio Sturla, che si può definire senza esitazione il padre del cinema ferrarese. Ex cineoperatore militare nella Grande Guerra, poi corrispondente dell’Istituto Luce, fu il primo a portare sullo schermo il Delta Padano. E’ lui a definire con la pellicola il paesaggio ferrarese, il delta del Po.
C’è però un grande maestro del cinema mondiale che capisce per primo che Ferrara è una città dove lanciare un nuovo linguaggio: Luchino Visconti. Nel 1943 gira qui Ossessione mettendo in scena un’Italia che il cinema, fino a quel momento, non aveva mai mostrato: contadini, proletari, paesaggi reali, mentre fino a quel momento la gente al cinema vedeva i cartoni dipinti di Cinecittà.
Qui era nato qui nel 1912, un altro mostro sacro della filmografia di tutti i tempi : Michelangelo Antonioni.
Aveva studiato al Liceo Ariosto e poi all’Istituto Tecnico Monti, aveva cominciato a scrivere di cinema per il Corriere Padano. Poi era andato al Centro Sperimentale a Roma, poi a Parigi ad assistere Marcel Carné — ma Ferrara non l’aveva mai lasciato davvero. Quando andava a Londra per Blow-Up, in California per Zabriskie Point, nel Sahara per Professione reporter, cercava Ferrara nel mondo. Era provinciale senza provincialismo. Ferrara per Antonioni non era una location, era una lente. La nebbia non era un elemento scenografico: era, come lui stesso ha scritto più volte, il motore dell’immaginazione, perché la nebbia toglie la vista e quindi costringe a inventare.
Il grido è del 1957, girato tra Stienta e Pontelagoscuro, Occhiobello e Bondeno, Copparo e Porto Tolle. Un casolare nella nebbia, gli alberi spogli, i fumi delle poche fabbriche. Un operaio — Aldo — che perde la donna che ama e vaga senza meta nella pianura padana. Antonioni usa il paesaggio non come sfondo ma come correlativo oggettivo dello stato d’animo del protagonista: le figure si fanno paesaggio, il paesaggio si fa sentimento. I dialoghi sono quasi superflui, volutamente vuoti, perché è il silenzio a scolpire le immagini. È un film di svolta, che anticipa la grande tetralogia degli anni Sessanta: e cioè L’avventura, La notte, L’eclisse, e Il deserto rosso. Poi arriva Blow Up che compie quest’anno 60 anni.

C‘è un grande scrittore ferrarese che ha dato un apporto tutt’altro che marginale al cinema italiano: Giorgio Bassani.
Firma la sceneggiatura di tre capolavori — Il Giardino dei Finzi Contini, La lunga notte del ’43, Gli occhiali d’oro.
Tre film importantissimi, tre ritorni a Ferrara da parte di registi diversi: Florestano Vancini nel 1960, Vittorio De Sica nel 1970, Giuliano Montaldo nel 1987.
Per Bassani la narrativa, come il cinema, aveva una funzione etica precisa: raccontare “la verità”, senza raffigurazioni di comodo. Era una questione di coraggio morale prima che estetico.
E infatti La lunga notte del ’43 è forse il film più toccante. È una storia straordinaria. Vancini nel novembre 1943 era un ragazzo di Ferrara e vide con i propri occhi i corpi degli undici civili massacrati dalle Brigate Nere davanti al muretto del Castello Estense. Quella notte lo segnò per sempre. Quando decise di fare il film, tratto dal racconto di Bassani (Cinque storie ferraresi, che tra l’altro vince il premio Strega nel 1956) i due ferraresi si incontrarono a Roma più volte, e Bassani suggerì addirittura il nome di Pier Paolo Pasolini tra gli sceneggiatori.
Da Vigarano Mainarda in provincia di Ferrara c’era un bambino che costruiva burattini con la carta pesta, poi imparò a lavorare la creta sugli argini del Po dopo che un pittore del paese aveva riconosciuto il suo talento. A dieci anni andò al cinema di Vigarano e vide King Kong, era il 1933 — e lì capì cosa avrebbe fatto nella vita. Cominciò a lavorare a Ferrara, nel suo primo laboratorio in via Ragno 13, e il suo primissimo effetto speciale — uno storione elettromeccanico — lo realizzò per un documentario proprio di Antonio Sturla. Poi Roma, poi la vera Hollywood. Tre Oscar: per il celebre remake di King Kong, per Alien, per E.T.
Spielberg lo definì “un genio visionario e un artigiano umilissimo: Carlo Rambaldi.
Un ‘altro ferrarese doc Italo Balbo, il Cavaliere del cielo, l’inventore delle camice nere muore sul suo aereo sul cielo diTobruk, nel 1940.
A bordo con lui c’era Nello Quilici, ferrarese di adozione, direttore del “Corriere Padano”. Il figlio di Nello, Folco Quilici diventerà uno dei registi e documentaristi più importanti della tv italiana.
Insomma Ferrara è Città Identitaria anche grazie al cinema e oggi il custode di questa grande tradizione è Stefano Muroni che quasi dieci anni fa ha fondato la Blow Up Academy, una scuola di Cinema con 220 allievi che fa concorrenza perfino al Centro Sperimentale di Cinematografia, grazie al sostegno dell’attuale giunta comunale che ha deciso finalmente di investire nel cinema come identità ferrarese.
Un’altra serata di grande cultura grazie anche al contributo del massimo esperto di manifesti cinematografici in Italia, il designer Luca Siano e lo storico Giovanni Augusti Martines che ha raccontato un inedito familiare legato a sua nonna e a Vittorio De Sica sulla genesi del Giardino dei Finzi Contini e al direttore artistico della Blow up Academy, l’attore Alessio Di Clemente.

















