Il “crescendo rossiniano” che infiamma l’anima

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L’autore del Barbiere di Siviglia fu il compositore più pagato dei suoi tempi

Oggi, le ceneri di Gioacchino Rossini, tra i primi grandi compositori del mondo, sono collocate a Firenze, dentro un’urna, nella Basilica di Santa Croce. Con lui riposano altri italiani celebri: Galileo, Machiavelli, Michelangelo e Cherubini. Rossini era nato a Pesaro, il 29 febbraio 1792, dal padre Giuseppe, Ispettore dei macelli e suonatore di corno, e da Anna Guidarini, che cantava nella stessa orchestra, seppur occasionalmente. Nel 1802 la famiglia si stabilirà a Lugo dove il giovane Gioacchino ricevette una solida istruzione musicale presso il palazzo della famiglia Malerbi. Sarà presso il Conservatorio di Bologna che riuscirà ad entrare nella classe di composizione e contrappunto dell’Abate Stanislao Mattei. Da quel momento venne chiamato dal suo maestro: “il tedeschino” per la sua incontenibile passione per le partiture di Mozart e Haydin. Il 6 febbraio 1813 davanti a Rossini si aprono i battenti dei uno dei teatri più importanti d’Europa, La Fenice di Venezia dove il maestro pesare affronta il genere nobile per antonomasia, l’opera seria. Si tratta del “Tancredi” che darà gloria immensa al giovane compositore di Pesaro ed è solamente una anticipazione dei successi che presto giungeranno.
Nel 1816 entra nel pantheon della musica con “Il barbiere di Siviglia” che, per rispetto nei confronti del compositore Paisiello, autore di una analoga e precedente opera, viene inizialmente intitolato “Almaviva” ossia “L’inutile precauzione”. E’ l’opera che sigilla l’ideale fusione tra il Barbiere e Rossini stesso e dove la composizione della partitura viene realizzata in meno di due settimane. Un arco temporale denso di follia e genialità. E’ un periodo che precede di poco l’innalzarsi di un Rossini definito lirico e maestoso, a capo di una orchestrazione scintillante. E’ il tempo del “Mosè in Egitto” sul libretto di Andrea Leone Tottola, con il quale trionfa, il 5 marzo 1818, al teatro San Carlo di Napoli, con l’ormai sempre presente moglie, Isabella Colbran, nel ruolo della nipote di Mosè.

Pochi anni dopo, a Vienna, il 23 marzo 1822, Rossini corona un suo antico desiderio, sino a quel momento inappagato, incontrare il grande dimenticato, Beethoven, del quale, a Vienna, aveva ascoltato una delle sue più grandi sinfonie, “L’eroica”. E’ un incontro a suo modo leggendario e per alcuni aspetti parzialmente fantasioso. Beethoven lo accoglierà in una miserabile dimora, con un soffitto dal quale colava acqua a fiotti. Il gigante, dalla misteriosa tristezza e dalle folte sopracciglia, riconobbe l’eccellenza dell’opera “Il barbiere di Siviglia” ma lo trafisse condannando gli italiani a non dover trattare il vero dramma ma a dedicarsi alle sole opere buffe. Ma questa primitiva versione dei fatti sarà poi smentita da una più attenta critica successiva.

Giunse, infine, il fervido periodo francese con “Il viaggio a Reims”, composto in occasione dei festeggiamenti per l’incoronazione di Carlo X. Rossini, nel frattempo, lasciato da Isabella Colbran, conosce nel 1832, Olympe Pélissier, che gli sarà fedele, devota e animata da un amore quasi materno. Il 1848, l’anno dei portenti, Bologna, la città dove egli vive, insorge contro gli austriaci. Rossini accusato di essere reazionario, fugge a Firenze. E’ deluso e frastornato. Successivamente si fa edificare, grazie ai suoi lauti guadagni, una residenza estiva a Passy.

Il 13 novembre 1868 muore dopo una dolorosa operazione per una fistola. Al suo capezzale accorrerà Gustave Dorè per un ritratto. Dopo essere stato sepolto al cimitero di Pére Lachaise, troverà l’ultima sua dimora a Santa Croce in Firenze. Il genio dello “Stabat mater” e della “Petite messe solennelle” è stato uno dei più geniali innovatori della musica e pur essendo erede del classicismo settecentesco, egli, a cavallo di due secoli, introdurrà la stagione del pre – romanticismo. Rossini fu il creatore del famoso “crescendo rossiniano”, con il quale si dà fuoco alle polveri delle emozioni ancora per poco sopite e che trasmuta la natura stessa degli ascoltatori/spettatori, sino all’esplosione finale di incontenibile gioia alla quale segue poi una divina spossatezza collettiva. Rossini venne giudicato dai suoi contemporanei il più grande musicista al mondo. Fu tra l’altro, il musicista più remunerato, segno di capacità giudicate unanimemente impressionanti, e fu l’unico compositore dei suoi tempi che visse agiatamente grazie ai suoi immensi proventi. I funerali tenuti il 21 novembre 1868 furono un avvenimento di raccoglimento sociale pressoché sconvolgente. Era morto un sovrano. Monsieur De Saint George, nel discorso funebre, affermò: “per lui l’immortalità non comincia, continua”. Era semplicemente vero.

Massimo Baronciani (Cultura Identità di Pesaro)

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