Il solito Eurovision del politicamente corretto

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La Svizzera si porta a casa per la terza volta nella sua storia Eurovision Song Contest: il tema dell’inclusione trionfa anche qui. Dietro al ritmo da discoteca (orecchiabile, ma davvero nulla di “leggendario”) della canzone The Code, infatti, si cela l’autobiografia del suo interprete Nemo, che si dichiara libero da quando ha capito di non riconoscersi in un genere sessuale binario. Dando così un nuovo codice alla sua vita e scoprendo se stesso, Nemo rinasce e supera i commenti di chi vuole imporre cosa sia giusto e sbagliato.

Ecco, l’Europa ha deciso che questo dovesse essere il messaggio da lanciare in questa edizione di Eurovision Song Contest che, da sempre, vive degli umori morali che si respirano nel continente. Anche per questo era facile capire che la cantante israeliana, inopinatamente fischiata al di là di qualunque discorso musicale, non avrebbe ricevuto lo stesso trattamento riservato all’Ucraina due anni fa. Quest’ultima aveva vinto con una canzone ai limiti della decenza melodica, ma sappiamo bene che nei confronti di Zelensky e connazionali sin dall’inizio del conflitto si ha un riguardo diverso da quello che si usa con Israele, spesso attaccata. La Svizzera trionfa battendo Croazia e Francia: bisognava lanciare un messaggio e rilanciare l’idea dell’inclusione e della fluidità evidentemente doveva essere ritenuto fondamentale. Ecco, ora l’auspicio è che non si esageri, ma la sensazione è che quest’estate si farà di tutto per pronunciare il nome di Nemo non più in riferimento al celebre pesce pagliaccio, ma per omaggiare il vincitore dell’Eurovision. Che qualcosa di clownesco, diciamocelo francamente, ha lo stesso. 

Anche per questo non dispiace così tanto che l’Italia non vinca, costringendosi a quegli siparietti di ringraziamento e moine che lo svizzero accompagna a ogni voto. Tra l’altro, nel voto plebisicitario, anche l’Italia assegna  il massimo dei punti proprio a The Code. 

Angelina Mango con La noia fa bella figura anche se, considerando le previsioni della vigilia che la vedevano quotata a pari merito con la Svizzera subito dietro alla Croazia, il settimo posto finale sembra poca cosa. Angelina appare delusa, ma può tornare a casa soddisfatta per la sua performance carica di energia, con una canzone che, come sappiamo da febbraio, non è quella che fa esprimere al meglio il suo talento vocale.

Spiace vedere che ci fossero anche italiani pronti a tifare contro Angelina sui social. Viene però ogni volta da chiedersi cosa c’entri l’Italia con questa kermesse, che in nessun modo le appartiene. Eurovision Song Contest è una gara di show più che di canzoni, come vorrebbe proporsi. I toni nevrastenici ed esasperati di cantanti e conduttori avvicinano tutto a un grande carrozzone da circo, consapevole e orgoglioso di essere tale. Le dietrologie politiche e sociali che guidano le classifiche (il cui meccanismo è più complicato di quello delle elezioni americane) destituiscono di ogni credibilità una graduatoria dove le amicizie e lo scambio di favori valgono più del talento. Così, per fare un esempio, non accadrà mai che Francia e Italia si scambino più di un punto: eppure a voler ben guardare la canzone dei nostri cugini d’Oltralpe, anche quest’anno, era davvero bella. Se non altro perché identificativa dello stile francese, senza pescare altrove. A che serve, per esempio, avere un norvegese che canta in inglese la canzone rappresentante della Svezia?

Un Festival della canzone europea dovrebbe essere l’anima identificativa della musica di ogni singolo Paese: invece per partecipare all’Eurovision Song Contest ormai sembra necessario avere solo un brano dance. Così le ascolti e appaiono tutte omologate: solo in cinque hanno la loro lingua originale, spesso con un genere diverso da quello tradizionale. La Maionchi critica la Francia proprio per essere troppo legata al suo stile più famoso, ma i galletti fanno bene: siamo noi che, col mito che ci siamo creati dell’Eurovision negli ultimi anni, realizziamo sempre più brani dance lontani dalla nostra anima, con la smania di piacere a tutti gli altri.

Eurovision Song Contest è un circo dove la polemica è sempre molto aspra, quest’anno più che mai. Ai fischi contro Israele si aggiungano la squalifica del cantante olandese (che avrebbe preso a male parole una giornalista, non risparmiando un certo maschilismo) e quelle contro Irlanda. Quest’ultima, infatti, aveva dimenticato i suoi tradizionali country per dare fiato a una esibizione dai toni satanisti abbastanza evidenti. E questa sarebbe una gara di canzoni?

Insomma, non vorremmo fare i soliti con la puzza sotto il naso, ma in effetti sembra un po’ presuntuoso immaginare di insegnare a noi come si faccia un Festival musicale, essendo stati noi stessi a inventarlo. Noi italiani lo sappiamo bene di essere gli ispiratori di questa manifestazione europea, che resta ad oggi solo la copia trash del nostro Festival. Lo è sempre stato, tanto che a fine anni ‘90 avevamo rinunciato a parteciparvi salvo accorgerci, dopo 13 anni, che tutto sommato in quanto a trash avevamo saputo affinare anche i nostri gusti. Così siamo tornati, arrivando spesso sul podio ma consapevoli che quasi mai un brano dell’Eurovision sfondi a livello mondiale come si vorrebbe. È successo solo con Il Volo e i Maneskin, per quel che riguarda il nostro Paese. Erano ancora anni in cui conoscevamo talmente poco questa kermesse, che in molti la chiamavamo Eurosong, Eurofestival e in tutti i modi possibili meno che quello corretto.

L’Italia dunque a Malmö c’era per rispetto della sua storia in cui inventò l’embrione di ESC, ma sulla sconfitta di Angelina Mango metteremo presto una pietra sopra: pazienza. D’altra parte che questa manifestazione non sia cucita su di noi lo si è dimostrato una volta di più in quella gaffe di mostrare in anteprima i voti del nostro televoto. Ci interessa tutto così poco, che non seguiamo nemmeno il regolamento. Eurovision Song Contest 2024, quindi, lo vince Nemo: l’anno prossimo si organizzerà in Svizzera, territorio neutrale da ogni guerra e quindi ideale anche per questo. Con loro, forse, sarà meglio rispettare ogni singolo cavillo del regolamento, altrimenti potremmo non essere più graziati…  

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