“La costituzione non è di sinistra”. Antonio Polito contro gli scippatori della Carta

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Feticcio politico, programma di partito, simbolo d’ogni immobilismo italico, la nostra Costituzione è ad un tempo di tutti e di nessuno. La sapeva lunga il reggiano Meuccio Ruini, deputato all’Assemblea costituente, quando all’alba dell’entrata in vigore della Carta, il primo gennaio del 1948, disse che presto o tardi la si sarebbe dovuta cambiare e adattare ai tempi, pena l’irrilevanza del suo dettato. Passata la buriana dell’ultimo referendum, la galassia riformista che s’interroga ancora sulla possibilità di intervenire sul testo costituzionale sembra interpretare al meglio proprio il vecchio monito ruiniano.

Tuttavia, tranne che per il Titolo V e la riduzione del numero dei parlamentari (due interventi non a caso fatti sotto governi di sinistra o con il suo appoggio), il cammino di chi ha provato negli ultimi anni a cambiare le cose è stato caratterizzato quasi solo da sonore sconfitte. Del resto, lo slogan “giù le mani dalla Costituzione”, recitato come un mantra dai fanatici d’ogni risma, ha sempre risolto la questione in modo drastico: non far nulla per paura di far danni. Dando a qualunque cambiamento anche solo paventato della “legge fondamentale” lo stigma della manomissione, ma soprattutto ignorando della Costituzione la natura più intima, fatta di errori, compromessi, parti ambigue e generiche (com’era inevitabile, essendo stata scritta dalle due grandi culture politiche di allora: quella democratico cristiana e quella social-comunista), accanto alle molte conquiste e ai nobilissimi slanci.

Di questo e molto altro si occupa il Vicedirettore del Corriere della Sera Antonio Polito nel suo La costituzione non è di sinistra (Silvio Berlusconi Editore, 2026). Un libro dal titolo volutamente provocatorio che, però, non rinuncia alla speranza di vedere un domani camminare a braccetto politica e opinione pubblica verso le riforme. Nel frattempo, aspettando tempi migliori, Polito parla di Costituzione “rapita” dalla sinistra, specie da quella nata dalle ceneri del Pci, che ne ha fatto, oltre che oggetto sacro, una Carta dei diritti inviolabili (allo studio, alla salute etc., art. 2), come se al suo interno non vi fossero doveri altrettanto inderogabili (solidarietà politica, economia e sociale). Non solo. Si prenda, ad esempio, il lavoro, tema cruciale cui la Costituzione dedica l’art. 4. Se da una parte, infatti, la Repubblica riconosce il diritto al lavoro per tutti i cittadini e si impegna a promuovere le condizioni economiche e sociali per renderlo effettivo, dall’altra è meno frequente sentir parlare del dovere di ciascuno di lavorare, ovvero svolgere un’attività che contribuisca al progresso materiale o spirituale della società.

Questi pochi cenni, assieme a quelli più tecnici e cavillosi che pure Polito affronta, valgano a comprendere una delle tante manipolazioni esercitate da un partito, il Pd, oggi più conservatore dei conservatori veri e propri. Stante così la situazione, l’albero genealogico degli sconfitti, su su fino al povero Nordio, non potrà che infoltirsi vieppiù. E con esso, aumentare il divario tra il Paese e la sua Carta fondamentale.

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