L’esterofilia è un globalismo senza patria

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Diceva il grande Indro Montanelli: “quando si farà l’Europa Unita i francesi entreranno da francesi, i tedeschi da tedeschi e gli italiani da europei”. Questa tragica sentenza può essere adattata a una miriade di problemi che avversano il Belpaese. Uno di questi, senza dubbio, è la forte, a tratti eccessiva, esterofilia dei nostri connazionali.

Con il termine di oicofobia, dal greco oikos = casa e fobia = paura, si indica in ambito psichiatrico una paura irrazionale verso l’ambiente domestico. Questo termine però ha assunto recentemente un nuovo utilizzo in ambito politico grazie al filosofo conservatore Roger Scruton il quale ha usato tale lemma adattandolo alla critica verso quel globalismo senza patria che vuole tagliare le radici storico-culturali alla base della civiltà occidentale.

Gli italiani hanno fatto dell’oicofobia uno stile di vita. Grazie al Covid si è assistito al tripudio della terminologia straniera impiegata in maniera coatta: lockdown e task force in primis per non parlare poi dei classici intramontabili di tecnocratica memoria: deficit, spread and spending review.

Ogni anno vengono importate centinaia di parole che finiscono per imporsi nella narrazione quotidiana e la colpa maggiore deve essere imputata a giornalisti e politici che ricorrono molte volte agli anglicismi per tentare di rendere più elevati e “europei” i loro scritti e i loro discorsi. L’illusione di sentirsi forti, evoluti e acculturati quando in verità l’anglicismo riflette il provincialismo, la paura di sentirsi inferiori, il timore di cadere in qualche “nazionalismo” se si predilige l’italiano.

 L’anglicismo è cool. Dà quel tocco di internazionalismo e quell’alone di mistero. Già mistero del significato. Il carattere provinciale emerge quando si usano termini stranieri ma non si sa l’esatto significato oppure si impiegano per rendere meno amara la pillola da ingoiare se si tratta di questioni economiche

L’anglicismo ormai è la versione aggiornata del latinorum di Don Abbondio nei Promessi Sposi dove il parroco ricorre a frasi casuali in latino per raggirare Renzo il quale è così costretto a sottostare alla superiorità di una lingua a lui sconosciuta. La lingua come l’arte è uno strumento di comunicazione ma allo stesso tempo di potere.

Un famoso proverbio della cultura popolare italiana recita: “l’erba del vicino è sempre più verde“. L’esterofilia italiota passa anche dal non saper ammirare ciò che il nostro Paese ci offre, il non saper apprezzare il nostro passato (e quindi non saperlo valorizzare), il non essere fieri delle proprie origini e di se stessi. Tutto questo non significa però essere stupidamente ancorati al passato aspettando un qualcosa di prodigioso che riesca a sminare le coscienze degli assonnati nipoti dell’antica Roma.

La vita umana ha bisogno della storia ma è opportuno che la Storia sia subordinata alla Vita non il contrario. Nelle “Considerazioni InattualiNietzsche critica la Storia Antiquaria e la Storia Monumentale ovvero un attaccamento controproducente verso il passato. Parafrasando Madame de Stael non sarà certo il rimestare nella cenere di un mondo oramai andato a salvare l’Italia o a curare gli italiani.

Al contempo, sempre in riferimento agli scritti nietzschiani, la Storia Critica da sola non va bene. L’abbattimento e il rifiuto della storia è dannoso e pericoloso. Rinunciare alla storia svilisce un popolo, lo rende debole, malleabile e soggetto a influenze esterne.

Dopo la seconda guerra mondiale la gloriosa storia degli italiani è stata accantonata. Il fascismo si era impossessato di simboli del passato per la propria propaganda politica e la caduta del regime e i successivi avvenimenti hanno bollato quei simboli, soprattutto ciò che riguarda la storia romana, come fascisti e pertanto inutilizzabili. Più di cinque secoli di storia persi per un ventennio. 

L’oicofobia italiana è dovuta quindi all’impossibilità di riconoscersi nel passato e poiché il presente non da soddisfazioni a causa di una intellighenzia politica indescrivibile e poiché il futuro con gli insuccessi geopolitici e economici non è molto roseo, il popolo italiano è obbligatoriamente costretto a rivolgere l’attenzione al di fuori dei confini nazionali.

A ciò si deve aggiungere la questione risorgimentale (dopo aver fatto l’Italia non si sono mai fatti veramente gli italiani) combinata con questioni odierne ovvero il già citato globalismo senza confini, senza regole, senza storia. Un mix letale che ha provocato questa fobia.

La via per la vittoria è invertire la rotta che la cultura italiana sta seguendo. Basta con anglicismi molte volte fortemente arzigogolati. L’italiano non ha nulla da invidiare alle altre lingue. Abbiamo avuto una serie di letterati che hanno immortalato il nostro idioma nella storia. Rendiamoci nuovamente orgogliosi.

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