Marcello Foti:” Nel Cinema, più meritocrazia e meno ideologia”

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Il Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale di Cinema è la più importante istituzione italiana di insegnamento, ricerca e sperimentazione nel campo dell’audiovisivo: film, documentari, fiction, animazione. Da ottant’anni i più illustri rappresentati del nostro cinema sono passati per le sue aule e i suoi teatri di posa. Per dodici anni Marcello Foti è stato alla guida di questa istituzione come direttore generale. Un esperto formatore, produttore e membro della Giuria del PremioDavid di Donatello. Attualmente consulente di diverse produzioni indipendenti per individuare nuovi autori, registi e attori.

«Lo faccio con trasporto e solo per spirito di servizio»,ci racconta tenacemente convinto che al cinema italiano serva nuova linfa vitale o, meglio, un sano ricambio generazionale. Quella buona pratica che, dopo un certo numero di anni, dovrebbe mettere in discussione un ecosistema per provare a migliorarlo. Grazie a nuovi volti, linguaggi, idee e storie più al passo con i tempi.

Nel cinema italiano la questione del cambio generazionale è spinosissima. È come se un intero sistema faticasse ad aprirsi al nuovo, senza ascoltarlo né capirlo

Credo sia necessario iniziare a costruire una nuova cultura dell’audiovisivo, partendo dalla formazione. Per oltre trent’anni questo settore, centrale per il nostro cinema, è stato gestito da logiche che hanno avuto poco a che fare con la meritocrazia, favorendo troppo spesso chi ideologicamente era collocato a sinistra. Su questo bisogna attuare un forte cambiamento.

Cosa non va in questo settore?

Nel campo pubblico i centri di formazione cinematografica sono pressoché finanziati dallo Stato. E’ per questo che i criteri di selezione del corpo docente dovrebbero essere molto severi e improntati solo ed esclusivamente alla reale competenza professionale. Ho diretto per molto tempo il Centro Sperimentale. Ricordo che dieci anni fa fu nominato come presidente Francesco Alberoni. All’epoca, la scelta di mettere un sociologo alla guida dell’istituto suscitò le critiche di certi ambienti cinematografici. In realtà, è stato il migliore presidente che abbiamo avuto negli ultimi trent’anni. Una figura altamente meritocratica e libera da ogni condizionamento politico. Ha creato una società di produzione del Centro per sostenere gli studenti e le loro opere prime. Nel Cda c’erano i premi Oscar Dante Ferretti, Carlo Rambaldi e maestri come Pupi Avati, Carlo Verdone, Giancarlo Giannini. Se facciamo un salto temporale e arriviamo ai giorni nostri, attualmente nel consiglio d’amministrazione non ci sono profili così alti. Dovremmo tornare a quel modello per dare una vera svolta.

Diceva Mario Soldati: “Il cinematografo talvolta è arte, ma è sempre industria”. In Italia ancora facciamo fatica a cambiare mentalità

Nel nostro Paese è una filiera che dà lavoro a duecento mila persone ma stentiamo a prenderne coscienza. Il produttore nel resto del mondo è un imprenditore, colui che assume il rischio d’impresa. L’anomalia tutta italiana è che il vero imprenditore cinematografico da noi è il Ministero. L’ente che finanzia più film in assoluto. I produttori grazie ai sostegni del MIUR, di Rai Cinema, delle Film commission e del Tax Credit chiudono il budget e realizzano il film. Se poi il prodotto va male in sala non è un grosso problema. Un margine di guadagno resta lo stesso ed è questa l’anomalia.

Nel 2022, in Italia si sono realizzati 330 film e la maggior parte cade nell’oblio. Dov’è il corto circuito?

E’ il momento di fare scelte coraggiose e rivedere i sistemi di selezione e valutazione del Ministero sul sostegno alle produzioni. I finanziamenti devono privilegiare soprattutto gli emergenti; bisogna stanziare più fondi per opere prime e seconde. E poi, va rivista la misura del Tax Credit che, così come è concepita attualmente, riserva un ruolo troppo marginale alle produzioni indipendenti. Solo sostenendo i giovani potremo dare nuovo slancio al nostro cinema. Sono loro che ci offrono una nuova narrazione capace di identificarsi con le nostre radici, più vicina alle esigenze del pubblico. Così come fu l’epoca d’oro dei maestri del Neorealismo che segnò l’ingresso dell’Italia nel cinema mondiale.

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