Il cantautore romano ha partecipato a tre edizioni del Festival di Sanremo con “Sette fili di canapa”, “Nina” e “Madonna di Venere”. Nel 2019 ha pubblicato un vinile 45 giri che include “Io mi ricordo L’Aquila”, quasi un inno poetico per gli abruzzesi, una ballata per non dimenticare quei luoghi meravigliosi italiani, di cui l’Aquila è un po’ il simbolo, che per diverse ragioni si sono spopolati e spettinati nel corso degli ultimi decenni.
Hai iniziato la tua carriera con quello che oggi viene definito “Talent” però all’epoca era semplicemente un concorso musicale, parlo di Domenica In 1981 quando tu cominciasti con “Oceania”. Come li vedi oggi questi talent in televisione?
Beh non li vedo nel senso che la trasmissione televisiva con cui ho cominciato era una cosa che poi decideva la gente. Che poi non si è ripetuta, tra l’altro. Non era nemmeno un concorso, era una cosina che stava dentro Domenica In, ma non c’erano i giudici, le persone comuni decidevano chi dovesse andare avanti, proseguire o no. Francamente trovo un po’ imbarazzante l’essere giudicati, sembra quasi che la musica stia andando da un’altra parte. Sta a noi farla riportare, sotto certi profili, in un albio che non sia soltanto quello del vestito particolare, del look particolare ma fateci sentire della roba buona, se sei bravo o no, se sei capace o no. Poi penserai al trucco e a tutto quanto il resto.
Amedeo Minghi trovò in te sicuramente della “roba buona” (ridiamo) perché ha creduto in te e ha prodotto i tuoi primi lavori come “Illa” e “Oceania”. Quali altri incontri sono stati importanti per te?
Amedeo ha prodotto il mio primo album, poi ci sono stati tanti altri incontri fatali per me, uno fra tutti Lilli Greco che è stato il produttore di DeGregori e Venditti e soprattutto di Paolo Conte.
E invece di Goran Kuzminac, che ricordo hai? Mi viene in mente un tour che documentaste anche su vinile in quel progetto Q CONCERT della RCA.
Un artista bravissimo, un uomo tanto simpatico quanto selvatico, però tutti questi che improvvisamente si scoprono a doverlo magnificare soltanto adesso che non c’è più, mi sembrano un po’ cialtronate quasi da risarcimento. Vorrei che non ci fossero.
Ma è vero che hai fatto cantare Lina Wertmüller nel tuo album “Com’erano venute buone le ciliegie nella primavera del ’42”?
Sì, ho fatto più di un disco, diciamo tra virgolette teatrale. Mi piaceva pensare che Lina Wertmüller potesse fare un “la la la la” all’interno di una mia musica perché non ci sono le parole. Ha accettato e sono stato molto contento di questa cosa perché sono voci eterne, quelle.
Il tuo primo album “Sette fili di canapa” uscì per la IT, storica etichetta di Rino Gaetano, esattamente a un anno dalla sua scomparsa. Hai fatto in tempo a conoscerlo?
Sì, pensa che il mio primo spettacolo davanti a un pubblico coincise con l’ultimo spettacolo di Rino davanti allo stesso pubblico perché stavamo facendo Domenica Musica, che era una trasmissione ripresa da Rai 3, la domenica mattina. Un ricordo chiaramente importante, di un altro artista che a distanza di trentacinque anni viene naturalmente celebrato.
Come sta la canzone d’autore, Mario?
Secondo me sta bene, però viene trattata male. È come uno studente bravo che ha voglia di studiare, ma che ha una famiglia, insomma, non proprio ricca, nemmeno indigente, ma che non può permettersi il lusso di stipendiare vari professori intorno a lui. Ecco, questo è il punto. Ci sono, secondo me, anche nuovi artisti che possono innovare, possono dire delle cose interessanti, c’è anche un pubblico che aspetta certe cose, il problema è che c’è questa minoranza silenziosa, per dirla in modo letterario, e dovremmo invece esserci un pochino di più, dovremmo palesarci di più.
Tra le tue canzoni nuove, c’è “Guardalalunanina”, scritto tutto attaccato. Com’è nata questa canzone che nasconde nel titolo, la tua Nina di quel Sanremo 1984?
Il caso ha voluto che mia figlia si chiamasse Nina, no in realtà l’abbiamo voluto io e la mia compagna, ma al di là di questo, non c’entra nulla con la prima Nina del 1984. “Guardalalunanina” era ed è la diretta di un parto. Io ho assistito al parto di mia moglie, dal quale appunto è nata mia figlia e ho assistito all’unico miracolo della mia vita, perché ne avevo sempre sentito parlare, ma poi vederlo è veramente un miracolo che mi ha naturalmente convinto ancora di più che le donne sono molto più coraggiose e presenti a se stesse di noi altri.
Mi parli di questo spettacolo che stai portando in giro?
Ci sono dei dialoghi che intervallano le canzoni, ma non mi piace parlare delle canzoni, i dialoghi parlano di vita. Mi piace molto di più riuscire a parlare del fatto che noi tutti abbiamo alzato troppo la soglia dello stupore, della meraviglia e quindi quasi nulla oramai riesce a stupirci fino in fondo e questo trovo che sia un errore molto grosso e pericoloso. Invece dovremmo recuperare certi stupori infantili perché la vita è fatta di questo, è fatta di cose negative, è fatta però anche di straordinaria bellezza e vivere con indifferenza fa male. Dovremmo invece cercare di vivere anche le cose più semplici, anche una bella cena con amici, per esempio, dovremmo cercare di viverla con più partecipazione, con più passione, perché la vita è anche semplicemente tutto questo.
Hai anche due romanzi all’attivo “Il badante di Che Guevara” e “La mappa del buio”. C’è qualche novità all’orizzonte?
Quest’anno uscirà il terzo…
Non ci vuoi raccontare nulla in anteprima?
No, ma non per scaramanzia, ma perché…
Per lasciarci lo stupore…?
Bravo, bravo, bravo. Esattamente per questo, perché sennò finisce la sorpresa. Credo in queste cose, non soltanto dal punto di vista artistico, anche dal punto di vista quotidiano, cioè riuscire ad essere sempre meravigliosamente improvvisati, anche con gli amici, con le persone che amiamo, ci aiuta a vivere meglio, perché sennò la vita diventa uno standard ripetitivo che a volte può entrare in un loop noioso. Cerchiamo di guardarci intorno.

















