Le origini barocche dei riti pasquali

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U Scontru. Processione pasquale a Ferla (SR). Foto di Marco Garro CC BY-NC-ND 2.0 DEED

È stato ingiustamente detto che il ‘600 e il ‘700 sarebbero stati due secoli bui per l’Italia. È vero, l’Italia era politicamente asservita agli Asburgo (prima spagnoli, poi austriaci), tuttavia la Penisola dispiegò invece uno straordinario rigoglio culturale, la cui traccia, oltre che nelle magnifiche architetture barocche e nella musica, è visibile nell’incredibile quantità di riti pasquali che per la maggior parte discendono direttamente dalle solennità seicentesche.

Le suggestive processioni degli incappucciati del Venerdì Santo ne sono la testimonianza più solida. La Settimana Santa, con la sequenza d’eventi che preparano e poi rievocano la Passione del Salvatore e poi il suo trionfo sulla morte il giorno di Pasqua è il momento più sacro della Cristianità. Il Giovedì Santo, con la Missa in Coena Domini viene celebrata per l’ultima volta l’Eucarestia prima di Pasqua. Il Santissimo viene riposto con una solenne processione in cui si canta il Pange Lingua (“Canta, o lingua, il mistero del Corpo glorioso…”), scritto da San Tommaso d’Aquino. Tutti gli altari si spogliano degli ornamenti, tranne quello in cui è conservato il Sacramento. Nei giorni successivi tutti i cristiani si astengono dal fare la comunione, che però è lecito somministrare ai moribondi, nello spirito dell’evangelico “Dio ha fatto il sabato per l’uomo e non l’uomo per il sabato”. E se la cerimonia della lavanda dei piedi dopo la riforma liturgica è stata resa pop e quindi ha perso suggestività e sacralità, resta ancora in alcuni casi isolati l’antica celebrazione dell’Ufficio delle Tenebre, terribile rievocazione della discesa del buio sulla terra al momento della morte del Cristo sulla croce. Quindici candele spente in successione alla lettura dei salmi, con l’ultima – simboleggiante la luce del Salvatore – che resta accesa ma viene nascosta ai fedeli. In quel momento tutti battono i banchi coi messali o le mani, nel cosiddetto strepitus, il terremoto che scosse il mondo alle tre del Venerdì Santo. L’assemblea si scioglie quindi in silenzio. Oggi pochissime chiese celebrano ancora questo rito millenario.

La cupa e suggestiva atmosfera dei giorni che precedono la gioia pasquale serve a prepararla. Tanto maggiore è il dolore e la contrizione, con gli altari parati a lutto, le chiese fiocamente illuminate dalle candele, le processioni con incappucciati e penitenti, quanto più grande sarà l’esplosione della festa. Ed è con la celebrazione della Passione che si tocca il momento più dolente: la lettura – o in alcuni casi il canto salmodiante – del Passio si riallaccia alle sacrae rapresentationes medievali, portate al loro massimo splendore nel Barocco.

Ecco alcuni dei riti del Venerdì Santo più suggestivi, realizzati nelle Città Identitarie. A Vercelli, il Venerdì Santo è in programma la Processione delle Macchine, nata nel 1833: otto pesanti gruppi scultorei, quadri ed episodi del Calvario di Gesù Cristo, trasportati a spalla vengono portati in processione per il centro.

All’Aquila, quest’anno capitale della cultura, la processione del Venerdì Santo riprenderà le vie del centro dopo il forzato esilio a causa del terremoto. La cerimonia, abolita nel 1768 a causa della rivalità fra le confraternite, è stata ripresa nel 1954, con il corteo dei simboli del sacrificio di Cristo, realizzati dall’artista contemporaneo Remo Brindisi.

Nella città identitaria calabrese di Vibo Valentia si tiene la processione delle Vare, grandi statue di legno realizzate nel XVIII secolo che rappresentano il Salvatore morto, la Madonna addolorata, san Giovanni evangelista. La processione è sentitissima dai vibonesi che la accompagnano con lunghi applausi e lacrime e spesso le donne danno il cambio ai portantini – incarico pesante e a tratti anche doloroso – per ringraziamento di una grazia o per penitenza.

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