Regista, attore, sceneggiatore, produttore e manager culturale, oltre che già assessore alla Cultura del comune di Milano, durante la giunta Moratti. Figura poliedrica del panorama culturale italiano contemporaneo, con un forte focus su biografie artistiche – come non ricordare quella su Marinetti a New York? – storia della cultura e sull’export dell’italianità attraverso teatro e cinema. Silverio Guanti, presidente di REA Health, l’ha intervistato per CulturaIdentità.
Che cosa significa “libertà” per lei in una Milano che offre molto ma chiede molto: ritmi frenetici, pressione economica e affitti insostenibili, una corsa continua che lascia poco spazio per fermarsi?
Bisogna essere maghi prigionieri: saper creare meraviglia pur dentro i vincoli della città. Amare gli incantesimi, la capacità di trasformare il quotidiano, e insieme la fuga (conservare uno spazio interiore libero). Libertà è come insegna il mio Leonardo: “se un uomo vincesse in battaglia mille uomini minor valore avrebbe di quell’uomo che vincesse sé stesso”. Libertà è lotta interiore è volere il labirinto, non una linea. Da questo punto di vista la libertà chiama in causa la dignità, per la storia di come siamo diventati quello che siamo. Per il nostro volto che ha in sé la domanda di libertà. In epoca tecnologica è ripensare il rapporto tra tradizione e modernità.
Quali forme di libertà culturale e creativa Milano rischia di perdere, e quali invece potrebbe ancora generare dal “basso”?
Milano rischia di sprecare due tesori: l’intelligenza affamata di chi ha talento ma non i mezzi, e quella di chi ha mezzi ma non sempre riconosce il proprio debito verso la città. Sono due pezzi di società che, messi insieme, potrebbero muovere davvero la realtà.
Milano custodisce un patrimonio artistico straordinario dalla Scala alla Triennale, dal cinema d’autore al teatro sperimentale. In che modo le “Arti” possono trasformare questa eredità in energia per immaginare un futuro più umano, più sicuro, più condiviso?
Serve che chi governa pensi come un regista teatrale: non solo amministrare, ma creare una narrazione che coinvolga emotivamente i cittadini. Sono spazi di memoria che vanno giocati come biblioteche dell’immaginario, hotel a cinque stelle dei segni e dei sogni. Insomma, va reinventato il lessico creativo. Non dimenticandoci con Borges che i sogni rappresentano un genere letterario, il più antico.
Quali strumenti concreti dovrebbero adottare il Comune o la Regione Lombardia per garantire spazi di libertà creativa: bandi, residenze per artisti, spazi pubblici dedicati, fiscalità agevolata, etc?
Tutti questi spunti sarebbero già una riforma che tuttavia mi piacerebbe avesse prima un libro bianco dove scrivere una domanda in copertina: per chi? Io credo che l’offerta culturale domini sulla richiesta. È una bella notizia? Mah… quanta verità può sopportare la cultura oggi, quanta verità può osare? Cultura e viltà questo è un tema da mettere in scena.
Come rendere la cultura accessibile e non un privilegio? Quali spazi e risorse servirebbero?
La cultura è fatica, ferita e infine letizia. Accessibile deve essere la formazione ma a partire da esperienze dei Maestri. Da lì viene la luce, l’esempio, l’amore, la disciplina per camminare verso una radura culturale. Senza dimenticare che essere privilegiati significa essere debitori, che non fa male…
Quale modello dovrebbe adottare Milano per rispondere alla crisi del settore editoriale e alla trasformazione digitale in atto?
L’editoria ha un grande futuro davanti a sé. La crisi alle spalle, dunque qualcosa da cui partire… Chi doveva sparire non c’è da tempo, giusto o sbagliato che sia gli editori si stanno alleando e allargando con altre forme di finanziamento. Se la questione invece verte sul capitale umano io credo alla meritocrazia e non alla ideologia, le strade del lavoro sono sentieri da battere e non scorciatoie da seguire.
Librerie indipendenti come Tanabata o spazi ibridi come MaMu che uniscono libri e musica dal vivo: potrebbero diventare un modello replicabile nei quartieri periferici di Milano per creare nuovi presidi culturali diffusi?
Ibrida indipendenza, è una via che se imboccata bene porta a piazze e quartieri di città visibili dove alla parola presidio si possa sostituire con “poesia” verso una partecipazione più passionale. Abbiamo bisogno di tifosi non di spettatori della cultura.
Quale progetto culturale, reale o da inventare rappresenterebbe meglio il futuro che immagina per Milano nei prossimi decenni?
Tutto ruota intorno al rapporto tra salute e cultura attraverso la natalità. Troppi cani, pochi figli, non è una soluzione, ma peggio sentire dire di non avere tempo per fare altro e bene. No. Non è vero. Dobbiamo tornare atletici nel pensiero, riscoprire quello stupore filosofico che avevano i Greci, che studiavano Aristotele camminando. Lo stupore, è l’unico sentimento che dura nel tempo. E perché no, ritornare all’energia vitale, come proclamava il futurista Filippo Marinetti, milanese d’adozione.



















Purtroppo il problema principale mi sembra la povertá culturale imperante, quindi il fatto che qualunque sforzo che tenda a sviluppare modelli virtuosi resterebbe a mio avviso privo del pubblico che meriterebbe. Quindi accanto alla ricerca di modelli virtuosi vedrei una grande attivitá di diffusione e promozione a partire dalle scuole.