Puntuali come le tasse arrivano le polemiche a ridosso del Giorno del Ricordo. Una data che dovrebbe mettere d’accordo tutti gli italiani nella deferenza verso i trecentomila esuli giuliano-dalmati e gli almeno diecimila connazionali inghiottiti da foibe, fosse comuni e lager titini dopo il 1943.
Purtroppo invece quella parte di nazione che poco Italia si sente – e pretende che anche gli altri nutrano la stessa oicofobia – non perde occasione per ribadire livore e mistificazione. A partire da Ancona, Città Identitaria, che meritoriamente ha dedicato un parco a Norma Cossetto, Medaglia d’Oro al Merito Civile. Un atto di testimonianza (e “martire” significa “testimone”) che omaggia una donna per ciò che ha fatto, non per ciò che era: aver ribadito la propria italianità fino a sfidare la tortura, lo stupro e la morte pur di non tradire il Tricolore.
Ma all’ANPI, associazione nazionale partigiani, questa cosa proprio non va. Non va che ci possa essere gente che testimonia il proprio patriottismo senza il loro bollino di approvazione. E così si affrettano a ribadire che alla fine “i cattivi” eravamo noi e dunque, fra le righe, non abbiamo alcun diritto di rivendicare i nostri morti e i nostri miti.
Una narrazione stanca, parziale, bugiarda. Già da tempo chi scrive ha definito “ignorazionisti” i seguaci di questa linea propagandistica, perché si ostinano a prendere solo la parte delle vicende storiche che fa comodo alla loro narrazione, ignorando bellamente ogni documento, atto, carta o testimonianza che possa contraddirla. O rivelare quella famigerata “complessità” di cui si riempiono la bocca, orwellianamente praticando l’esatto contrario. E cioè propalando la storiella semplicistica e bidimensionale secondo cui alla fine il disastro delle comunità italiane dell’Adriatico orientale sarebbe stata “colpa del Fascismo” e una “reazione all’aggressione fascista alla Jugoslavia”.
Una narrazione che ignora apertamente come la pulizia etnica delle comunità italiane in Dalmazia fosse iniziata già dal 1866, con l’ordine firmato dall’imperatore d’Austria in persona che stabiliva di cancellare l’italianità di quelle terre. O ignora l’imperialismo etnico sloveno, che da metà Ottocento punta apertamente a trasformare Trieste in “Trst”, colonizzandola e mettendo gli (odiati) italiani in minoranza. O ancora ignora che l’Italia fu obbligata a invadere la Jugoslavia, dove s’era verificato un colpo di Stato filo-inglese e il cui governo golpista aveva minacciato direttamente Roma di attacco in Albania e a Fiume (tutto documentato nelle carte diplomatiche liberamente consultabili sul sito della Farnesina).
E non basta: la narrazione ignorazionista sorvola sul fatto che al netto della durezza della nostra occupazione militare in Jugoslavia, che nessuno ha mai negato, le zone d’occupazione del Regio Esercito erano zone di rifugio, dove i profughi affluivano a decine di migliaia, dove trovarono scampo serbi, zingari, albanesi ed ebrei in fuga non solo dalla ferocia nazista, ustascia o bulgara, ma anche da quella comunista e cetnica, visto che la guerra civile jugoslava fu un conflitto spaventoso, di crudeltà inaudita e che vide il nostro Regio Esercito agire per lo più come “forza di interposizione”.
Ma più di tutto, la narrazione ignorazionista fa finta di non sapere che nelle foibe e nei gulag titini non finirono solo “i fascisti” (come Norma Cossetto e suo padre, come se poi l’essere “fascisti” giustificasse l’infoibamento…) ma anche centinaia di antifascisti non comunisti o comunque non disposti ad assecondare le mire imperialiste di Belgrado (e poi coll’espulsione di Tito dal Cominform li seguirono anche i comunisti di ortodossa fede stalinista…). Un “dettaglio” che dimostra come quella jugoslava non fu affatto un’azione “antifascista” (ribadiamo: come se l'”antifascismo” assolvesse dalla colpa di aver commesso atrocità gratuite su popolazioni inermi e su militari che si erano arresi, cosa ben diversa dall’effettuare rappresaglie su popolazioni in rivolta e forze partigiane in armi…) ma fu semplicemente una guerra imperialista. Come lo fu quella italiana, certo. Cosa che dovrebbe spingere forse a ridefinire quel trito e ritrito birignao del “buoni contro cattivi” che per qualche motivo dovrebbe vedere noi italiani sempre dal lato della lavagna col cappello da somari.
Di questa e altri “dettagli” (virgolette di sarcasmo) che la narrazione dell’ANPI e dei suoi corifei continua a ignorare se ne parla nell’ultimo libro pubblicato da Signs Publishing, “Le pagine strappate della storia”, a cura di Fausto Biloslavo, che contiene anche un piccolo contributo – testo e carte geografiche – a firma di chi scrive. Un libro di cui i lettori potranno trovare una recensione più approfondita in uno speciale all’interno del nuovo numero di CulturaIdentità, disponibile cliccando su QUESTO LINK oppure abbonandosi al giornale in digitale a QUESTO LINK.

















