Gianni Versace: “Non sono mai caduto. Ho sempre volato”

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Gianni Versace fu assassinato 25 anni fa sulle scale della sua villa a Miami. Era il 15 luglio 1997 e il mondo della moda viveva una giornata di dolore: Andrew Phillip Cunanan, 28 anni, gli si avvicinò sparandogli a freddo due colpi alla nuca.

Vi proponiamo il pezzo di Maria Elena Capitanio dedicato a questa icona pop del Made in Italy, pubblicato sul mensile CulturaIdentità di dicembre 2021: uno speciale a doppia pagina con un poster di Gianni Versace, che il 2 dicembre 2021 avrebbe compiuto 75 anni.

Dagli esordi nella sartoria materna a Reggio Calabria alla fondazione della maison la Medusa negli anni 70 Gianni Versace ha realizzato un sogno fatto di successi internazionali e occupando un posto d’onore tra coloro che hanno reso grande il Made in Italy (Redazione)

Il ricordo di Gianni Versace da parte delle firme del giornalismo della moda italiana

“Io ho amato Gianni alla follia, proprio come persona, perché era un uomo di una generosità, di una dolcezza, di una disponibilità che mi fa dire che umanamente era il migliore. Aveva un’empatia tutta speciale, non era né cavernoso, né complicato, era una grande anima”. A dire queste parole a CulturaIdentità non è una firma del giornalismo qualunque, ma Adriana Mulassano, storica penna del Corriere della Sera negli anni Settanta e Ottanta, nonché ufficio stampa di Giorgio Armani per un lungo periodo fino al Duemila. “Gianni Versace per me è stato rivoluzionario quanto Armani nel periodo d’oro della crescita della moda italiana”. La grande fortuna di entrambi “è stata che loro erano assolutamente antitetici, quindi non concorrenti”.

Versace rappresentava “tutto il glamour possibile e immaginabile: la donna bella, ricca e voluttuosa”. L’altro “faceva l’understatement e puntava sulle donne che lavoravano, sulle donne in carriera”. Due personaggi che secondo Mulassano “sono inscindibili” nel contesto di quell’epoca. “Se prendiamo Ferré, era tutta un’altra storia, faceva l’alta moda, la creazione pura, invece loro due avevano stili concorrenziali che rappresentavano le due donne del momento”. Tirando le somme, la donna di Versace negli anni Ottanta “è stata un personaggio trainante per tutto il decennio e idem la donna androgina di Armani”.

Figlio di una sarta di Reggio Calabria, in pochi anni è diventato l’idolo di star come Madonna e lady Diana, solo per citarne due, innovando in maniera radicale le fogge vestimentarie di tante ragazze e signore che hanno vinto le loro timidezze attraverso le sue provocazioni fatte di lusso, colori, materiali mai visti prima e la generosa dose di fotogenia che i suoi abiti sapevano regalare. Per tutta la vita, prima di quel tragico 15 luglio 1997, giorno del suo assassinio a Miami, è stato un divoratore di libri, un amante dell’arte, un fine conoscitore dei segreti della sartoria italiana, innamorato pazzo della sua terra natale.

Perché, riguardando ora la sua produzione artistica – è stato a tutti gli effetti un artista d’avanguardia – si coglie la profondità dietro a quelli che potevano sembrare codici profani, ostentati, massimalisti della sua poetica ed estetica. Il giornalista Tony Di Corcia, che ha prodotto più di un libro su di lui, in Gianni Versace, lo stilista dal cuore elegante si domanda chi fosse davvero. Era forse “l’autore di una moda sensazionale e seducente, lo stilista preferito dalle rockstar e dai vip degli anni Novanta, o l’uomo semplice e riservato che i suoi amici non smetteranno mai di rimpiangere?”. Non si trova una risposta che rompa – risolvendola – questa dualità, che senza dubbio è stata una delle spinte principali che hanno portato alla creazione del prêt-à-porter tricolore, unico capace di vedersela nell’arena internazionale del fashion system con l’abbagliante moda francese.

“Che cosa mi ispira? La vita. La pittura. Il cinema, il teatro, la televisione. Gli intellettuali, la gente semplice, i contadini. Tutto mi interessa. Sono un curioso, un onnivoro. Non vorrei morire mai”. Fanno venire la pelle d’oca queste parole. Quell’impeto di amore per la vita che lo ha portato a imprimere nelle sue creazioni una volontà di potenza così assolutizzata da trasferirsi sui destini di molto donne, che attraverso quella moda, quello stile, quei vestiti, sono riuscite ad abitare il mondo coronando i propri sogni. E se non lo hanno fatto, di certo hanno reso più ammaliante le proprie lacrime di mascara. Le avete, nel vostro immaginario, le modelle di quegli anni? Erano le top che lui riusciva a strappare a Parigi, facendole diventare delle celebrità quasi divine. Da Stephanie Seymour a Naomi Campbell, Cindy Crawford, Claudia Schiffer, Elle MacPherson e tante altre.

“Gianni non poteva morire vecchio, ammalato, acciaccato: è morto in modo eclatante, eccentrico, diventando il James Dean della moda”, come scrive Oliviero Toscani nella prefazione al libro di Di Corcia. E poi un aneddoto: “Una volta per Vogue Italia feci un ritratto di Gianni Versace in piazza del Duomo e lui portò quattro o cinque signore della Milano bene che erano sue clienti, le portò vestite Versace e venne scattata questa fotografia molto divertente con loro che correvano in mezzo ai piccioni che si alzavano sullo sfondo del Duomo di Milano”. Una immagine emblematica, che cristallizza il coraggio di un creativo la cui iconoclastia non è stata mai distruttiva, ma inclusiva e chiaro segno di modernità.

CulturaIdentità ha raggiunto anche la storica della moda Sofia Gnoli, autrice di numerosi libri sul made in Italy: “Quando si parla di Versace – racconta – il primo concetto che viene in mente è il culto del corpo, la bellezza, questi drappeggi che diventano seconda pelle esaltando le curve e, dall’altra parte, quella sua abilità nel saper camminare sempre sul filo tra il volgare e il bello, mostrando l’altra faccia della donna manager e in questo è stato un genio assoluto”.

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