Chissà se i bengalesi che abitano al pianterreno lo sapevano che il Bangladesh è un “paese non sicuro” quando sono partiti per tornare a trovare parenti e amici per la festa del Bangla Naba Barsha-Navabarsha. Con regolare volo aereo, andata e ritorno. Già, perché fra Italia e Bangladesh (o Egitto) esistono rotte legali: basta andare in un’agenzia di viaggio, svolgere le pratiche burocratiche e presentarsi in aeroporto coi documenti.
Certo, l’alternativa c’è: attraversare a piedi o con mezzi di fortuna mezza Asia meridionale, arrivare sulle coste egiziane o libiche, pagare fior di mila euro a qualche scafista e imbarcarsi su un gommone sgonfio che a tredici miglia dalla costa invierà un SOS a una nave delle ONG, pronte a raccattare i “naufraghi” nel nome del “restiamo umani”. Non abbiamo idea del perché un bengalese o un egiziano dovrebbe aver scelto questa alternativa all’agenzia di viaggi: forse è un amante delle avventure estreme o ha qualcosa da nascondere alla dogana. O ha il Q.I. di un fermacarte. In tutti e tre i casi sarà senza dubbio un notevole apporto alle meraviglie della “diversità” che la sinistra globalista sta apparecchiando ai nostri paesi.
Un “sistema”, composto da partiti politici, intellò e – ovviamente – magistrati. I primi hanno i loro esponenti ben consapevoli che il “modello inglese” è la loro unica prospettiva: poiché gli autoctoni non vogliono più votarli, l’unica è importare nuovi elettori dall’estero. Lo sa bene Kamala Harris, che ha spalancato i confini sud degli Stati Uniti, nel disperato tentativo di arginare l’ondata MAGA alle elezioni di novembre, complici quei magistrati USA che hanno dichiarato in molte contee “illegale” la richiesta di documenti per votare (pensa un po’… ti chiedono il documento per bere una birra in un pub ma non per votare il presidente di una potenza con 4000 testate nucleari…).
Lo sanno bene i politici che insistono sui vari “ius” per regalare la cittadinanza un tanto al chilo. Ovviamente, il secondo passo – e sempre l’Inghilterra di Starmer docet – è quella di creare un regime in cui chi non è d’accordo va arrestato. Nel frattempo svuotiamo le carceri da immigrati anche con reati gravissimi (omicidi, stupri, attacchi con acido, spaccio…) per riempirli di cittadini colpevoli di “odio online”, come aver scritto “basta immigrati” su facebook (true story).
Ci sono poi – ça va sans dire – gli intellò, coi loro occhialetti dalle montature stravaganti aggiustati sul naso con gesto affettato a beneficio di fotografo. Che non perdono occasione per dire che loro sono “perseguitati” dal “fascismo”. Lo fanno in TV, alla radio, sui giornali, alle fiere internazionali del libro, nelle aule universitarie, in quelle di liceo, alla sagra della polenta di Vergate sul Membro. Stanno là a sostenere che in Italia c’è un governo “fascista”, che “spreca il denaro” degli italiani per “deportare” i clandestini. Che no, clandestini non si può dire, quindi i “migranti”. Coloro che fuggono dagli “orrori della guerra” per attraversare mezza Eurasia (passando per paesi dove l’orrore della guerra c’è davvero) e venire a cercare fortuna da noi. Se poi la guerra non c’è nei loro paesi (tipo l’Egitto o il Bangladesh, tanto per fare due nomi a caso) allora ci si inventano le “crisi climatiche”. Sono “migranti climatici”. Non li possiamo rimandare indietro, perché da loro piove, signora mia!
C’è infine la terza gamba di questo tavolino da seduta spiritica per evocazione del Maligno: “il Sistema” propriamente detto, quello con la S maiuscola. I lettori di CulturaIdentità lo conoscono bene, perché quello è il titolo dello spettacolo tratto dall’omonimo libro campione di vendite di Alessandro Sallusti e Luca Palamara, che Edoardo Sylos Labini ha portato in scena con il riadattamento di Angelo Crespi. Un “sistema” fatto di vasi comunicanti fra politica, media e magistratura che da anni ipoteca gli equilibri costituzionali del paese.
E ora l’abbiamo visto in azione, in tutta la sua potenza. Il governo cerca d’arginare l’invasione e uno dei poteri dello Stato infila una bella mazza fra i raggi delle ruote. Ad aiutare queste azioni un diritto sovranazionale bizantino, contorto, che filtra dalle maglie del diritto nazionale come l’olio rancido da una bottiglia di plastica. Un cittadino italiano deve aspettare tre anni per avere una sentenza su una causa condominiale per una perdita sul soffitto. Un bengalese che ha deciso di venire clandestinamente in Italia passando non dalla tratta Dacca-Fiumicino, ma con un barcone libico, bastano tre ore per ottenere una carta bollata con su scritto: “Povera stella, nessuno ti respingerà! Vieni sei il benvenuto, ovviamente ora vai a fare il barbone sotto casa di qualche poveraccio come te, mica sotto casa mia, io ho la scorta e loro t’allontanerebbero…”. Forse non sono proprio queste le parole esatte, ma il senso è esattamente questo.
Cari italiani, teniamo duro. Importando terzo mondo diventeremo anche noi terzo mondo (le statistiche sul crimine parlano chiaro) e fra qualche anno anche noi avremo un giudice, da qualche parte, che dichiarerà lo Stivale “paese non sicuro”. E allora potremo emigrare anche noi alla ricerca di un Sistema che ci riterrà più uguali degli altri.


















