Quanto ci manca l’irriverenza di Ennio Flaiano

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Domani cinquant’anni fa ci lasciava Ennio Flaiano (5 marzo 1910 – 20 novembre 1972): come ha detto il Ministro Sangiuliano, “Flaiano è stato un personaggio poliedrico, che ha detto tanto soprattutto secondo me nel raccontare bene il costume italiano”. Di lui ricordiamo le battute fulminanti (“non sono comunista perché non posso permettermelo”), gli aforismi irriverenti (“Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso”), immortali opere di letteratura italiana (Tempo di uccidere, vincitore del premio Strega nel 1947) e cinematografiche (fra gli altri film, La dolce vita di Felini, con cui collaborò a livello di soggetto e sceneggiatura). Giornalista oltre che scrittore, Flaiano è uno dei “Profeti inascoltati del 900”, la mostra a cura di Miriam Pastorino e Andrea Lombardi con i disegni di Dionisio di Francescantonio di cui vi proponiamo il “ritratto” (Redazione)

“La parola serve a nascondere il pensiero, il pensiero a nascondere la verità. E la verità fulmina chi osa guardarla in faccia”.

Caustico stigmatizzatore degli aspetti paradossali della realtà italiana, Ennio Flaiano si potrebbe definire un moralista disilluso che sfoga i suoi umori e malumori attraverso una vena satirica e un acuto senso del grottesco. Ma che cos’è, esattamente, Flaiano, o meglio che cosa non è? Egli sfugge ad ogni categoria, pur percorrendo della categoria dello scrivere tutti o quasi i generi, ma sempre a suo modo, con la nonchalance di chi non si prende troppo sul serio e con l’irriverenza verso gli altri che si prendono fin troppo sul serio.

È un autore di epigrammi, di aforismi, di diari, di racconti, di sceneggiature cinematografiche, realizzate soprattutto in collaborazione con Federico Fellini che lo vedrà, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, partecipe della realizzazione dei film più importanti del noto regista italiano, tra cui Lo sceicco bianco, I vitelloni, La strada, Le notti di Cabiria, La dolce vita, Otto e mezzo.

Scrive anche copioni teatrali, di non facile rappresentazione perché Flaiano non rispetta i canoni tradizionali per sfiducia verso la possibilità di restituire una realtà che volge fatalmente all’assurdo. Già nella sua prima opera narrativa, il romanzo Tempo di uccidere, ambientato nella campagna d’Etiopia, a cui l’autore partecipò come militare col grado di sottotenente, la storia si risolve in un vortice di avvenimenti dove tutto appare frutto di una ineluttabile casualità che somiglia a una partita a scacchi di cui non si riesce ad afferrare il senso. L’assurdità degli avvenimenti appare così del tutto priva di scopo, riflesso probabilmente dello scetticismo con cui Flaiano partecipava a quella guerra, ma che si allarga al senso stesso della vita: una amara consapevolezza da parte dell’autore presente in quel romanzo (ma che si confermerà via via negli scritti successivi) della vanità del nostro agire, che nella modernità ha perduto un intento, un’aspirazione, una meta chiara e alta a cui tendere.

Autore al cui fondo si avverte quindi un senso di drammaticità se non di desolazione, ma sempre attraverso la sua vena burlesca, al tempo stesso plebea e aristocratica – e si tratta di una personalità che non può essere aggregata ad alcuna area e che dimostra una costante avversione verso la demagogia, il progressismo, il marxismo e lo spirito filisteo di certa borghesia. Fulminanti alcuni suoi giudizi sull’Italia del secondo dopoguerra, con i suoi conformismi e i suoi consociativismi, con la sua cattiva coscienza e le sue contraddizioni, come questo, ad esempio: “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Ma dietro alla volontà di fustigare i vizi, le arroganze e le illusioni della scena italiana, si avverte in Flaiano l’amore per il suo lavoro, forse una fede inconfessata di fornire un contributo verso una nuova aurora per le sorti del nostro Paese. Si potrebbe quindi attribuire a lui stesso il giudizio ch’egli diede del film La dolce vita di Fellini citando Vincenzo Cardarelli: “La morale del film potrebbe essere riassunta con due versi di Cardarelli: “La speranza è nell’opera. / Io sono un cinico che ha fede in quel che fa”.

Bibliografia essenziale: Tempo di uccidere, Diario notturno, Uno e una notte, Il gioco e il massacro, Un marziano a Roma, la solitudine del satiro, Autobiografia del blu di Prussia.

Disegno: Dionisio di Francescantonio, matita su carta, 2021.

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1 commento

  1. Dai tempi di Umberto Saba, che sapeva fare anche dello sport che pur andava facendosi triviale come oggi, una possibilità di poesia, come nella sua bella descrizione del portiere di calcio, il problema è la scomparsa di qualsiasi lirica vera e di spessore. Appresi da Umberto Saba una cosa magnifica: la modernità e i clangori di un mondo sempre più rumoroso e meccanicizzato come la Milano degli anni 70 e 80, poteva essere integrata nel sentire del poeta e dell’uomo elevato. Occorreva penetrare il rumore acre del progresso superandone così l’estraniamento rimpadronendosi di ciò che esso pareva togliere all’uomo attuale. Attuale di quegli anni, però. Perché l’avvento dell’informatica veniva a togliere anche i rumori e le alacrità del lavoro fra le macchine ed usando le macchine. Creando di fatto una nuova esigenza che sfidava l’uomo ad umanizzare i movimenti informatici. La cosa è riuscita solo ad alcuni, perché le masse si sono fatte informatizzare facendosi uccellare e robotizzare che è un piacere. E peggio ancora è andata per i paesi emergenti o ex comunisti, che si sono lanciati in questa forma di creduto progresso da veri neofiti entusiasti e ignoranti d’ogni implicazione ch’esso comportava. Basta fare un giro in Albania, per vedere ancora le discariche a cielo aperto accanto alle abitazioni o l’acqua d’uso comune inquinata per la pessima capacità e corruzione del sistema che neppure riesce a rimediare all’incapacità pregressa di creare una rete idrica comune al sicuro da perdite e infiltrazioni venefiche, talchè si deve usare acqua confezionata minerale o sterilizzata, come in Africa. Ma i computer e i telefonini sono usati a simbolo della “modernizzazione” del barbaro, che rincorre l’Occidente con matto entusiasmo. E la grande poesia di un Arturo Onofri è ancora meno capita, in Italia, di quanto fosse compresa ai suoi tempi.

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