In quel Disobbedisco c’era la volontà di agire nell’interesse nazionale – L’intervista a Giordano Bruno Guerri

Giordano Bruno Guerri ha la “colpa” di avermi proposto in una cena nel 2012 di fare uno spettacolo sul Vate in occasione del 150° anniversario della sua nascita. Da quel momento la poetica dannunziana mi è entrata nelle viscere al punto da farmi perdere i capelli e di immedesimarmi sul palco con una delle figure più complesse e controverse del Novecento. All’ottimo presidente del Vittoriale degli Italiani ora il compito di portarci per mano alla scoperta dell’Impresa fiumana.

Cosa c’è dietro a quel “Disobbedisco”?

C’è la volontà di un uomo convinto di agire nell’interesse nazionale più di quanto facessero parlamento, governo, monarchia. E il “disobbedisco” non riguardava soltanto l’annessione di una città o di un territorio, fu una sfida per un cambiamento sociale, culturale e politico prima dell’Italia, poi del mondo. E’ il “disobbedisco” del superuomo giunto alla pienezza della propria fama e della propria forza intellettuale e di fascinazione.

Qual è l’inedito più prezioso sull’impresa fiumana riportato nel tuo libro?

C’è una tale quantità di documentazione inedita che è difficile scegliere. Direi che l’aspetto più importante è avere portato fino in fondo gli studi di Valeri, De Felice, Perfetti, Salaris, dimostrando sia l’enorme differenza fra fiumanesimo e fascismo, sia il tradimento opportunista di Mussolini a Fiume. Inoltre, che il duce al potere prese dal fiumanesimo solamente l’aspetto esteriore, ignorandone completamente l’aspetto libertario. Infine, che d’Annunzio non fu mai fascista: la tesi opposta viene sostenuta, ormai, soltanto da chi estrapola dalla corrispondenza d’Annunzio-Mussolini, curata da De Felice, qualche lettera raccattata su internet, senza avere letto né l’introduzione né i commenti di De Felice.

Quali furono le donne protagoniste della Città di Vita e che ruolo ebbero?

Oltre a Luisa Baccara, conosciuta poco prima, ma che gli rimarrà vicina fino al 1938, ci sono le numerose amanti, più o meno di passaggio. E ci sono, soprattutto, le donne di Fiume, legionarie o locali, che affermarono per prime l’immagine e la volontà di cambiare per sempre il ruolo e la presenza delle donne nel mondo. Un ruolo e una presenza che si sarebbero affermati soltanto molti decenni dopo. Le donne sono uno degli aspetti più rivoluzionari e anticipatori dell’Impresa.

Negli ultimi mesi, tra una petizione e l’altra, ha fatto discutere la ridicola richiesta di alcuni esponenti politici di non far installare la statua del Vate a Trieste. Dacci il tuo parere senza peli sulla lingua…

Non la definirei ridicola, in sé. Ridicola è la motivazione, cioè definire d’Annunzio un personaggio negativo nella storia d’Italia. A chi invece si chiede “cosa c’entra d’Annunzio con Trieste”, basterebbe rispondere che fu il campione di quell’irredentismo che ha portato Trieste all’Italia.

Hai cambiato volto al Vittoriale, trasformandolo nel museo più pop d’Italia. Quale è stata la ricetta vincente?

La mossa decisiva è stata la privatizzazione, all’inizio del 2010, la rinuncia ai finanziamenti pubblici in cambio di una maggiore autonomia di gestione. Da allora i visitatori sono passati da 146.000 a più del doppio, e i bilanci sono in attivo, un attivo ovviamente sempre reinvestito nel Vittoriale. Si tratta di gestire un museo come un’istituzione culturale, ma anche come un’azienda, perché è anche un’azienda.

In che modo?

Abbiamo riportato il Vittoriale – casa e parco – allo stato in cui erano al momento della morte di d’Annunzio, riaprendo tutti gli spazi e avviando una massiccia opera di restauri: questa era la prima cosa da fare, recupero e conservazione. Poi c’è la valorizzazione: iniziative culturali, ampliamento degli studi, degli archivi e delle pubblicazioni, acquisizione di numerose opere d’arte contemporanea, apertura di mostre permanenti, come l’Automobile è femmina, il d’Annunzio segreto e il d’Annunzio ritrovato, il Premio del Vittoriale e del Genio vagante, il premio Più luce! per attori che leggono poesia, il festival Tener-a-mente, di enorme successo, la rete museale GardaMusei e il progetto GardaMusei scuole. Molta cultura in azione, intesa anche come comunicazione e marketing. Pop? Direi, meglio, che il Vittoriale è diventato un posto vivo e dove andare è “fico”.

Parliamo di te: Giordano Bruno Guerri come ha iniziato la sua carriera?

Come correttore di bozze alla Garzanti, tredici anni dopo ero direttore editoriale della Mondadori.

…pochi sanno che hai fatto anche l’attore…

…e mi è piaciuto molto. Ho recitato come Pier delle Vigne, accanto a Claudia Cardinale, in Stupor mundi di Pasquale Squitieri; poi ho fatto il rivoluzionario anarchico in una serie di Rai 1 che si chiamava Orgoglio,in questi giorni è uscito al Festival di Venezia Martin Eden di Pietro Marcello, dove faccio un Mussolini ancora socialista. In teatro ho recitato più volte in La discesa infinita, di Paola Veneto, su Van Gogh. Sono pronto per altri ruoli.

Le tue biografie raccontano sempre il Novecento da angolature diverse: Bottai, Balbo, Marinetti, d’Annunzio cosa hanno in comune? 

Hanno in comune il mio desiderio di cambiare giudizi stereotipati e fuorvianti. Così è anche per tutti gli altri miei libri.

Cosa c’è invece del Vate di Giume nel Mussolini Duce?

I riti, i miti, i modi, l’enfasi, la retorica, non la sostanza.

Nell’epoca dei tweet che motto userebbe d’Annunzio per descrivere l’Italia di oggi?

Mi piace pensarne uno ottimistico: Immota ma non inerte. Ce la faremo.



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