“C’era chi piangeva, chi chiamava la mamma, chi recitava l’Avemmaria…” lo racconta con la voce spezzata, piangendo, Giulio Vignoli, docente universitario e storico genovese di 86 anni, che ha dedicato uno dei suoi lavori ai 184 bambini uccisi dagli americani a Gorla, esattamente 80 anni fa. Il suo “I 184 bimbi di Gorla. Un crimine degli Americani” (Bastogi, 2020) è un tributo che Vignoli ha voluto per quella strage insensata, una strage che – per soprammercato – la repubblica italiana ha seppellito nel silenzio e nell’imbarazzo per 80 anni.
Tanto infatti c’è voluto perché il primo presidente della nostra repubblica andasse a deporre una corona di fiori a Gorla, al monumento-ossario che i parenti delle piccole vittime straziati si sono dovuti costruire da soli nel dopoguerra. L’ha fatto Mattarella, lo scorso 14 ottobre. Un segno importante, un segno che forse i tempi sono cambiati, anche se i media, di solito sempre attenti e solleciti a raccontare ogni passo dell’Inquilino del Colle, su questa visita a Gorla si sono limitati alla notiziola in cronaca.
“80 anni posson bastare?” ha titolato il suo editoriale Fabio Andriola nella NL di Storia in Rete di ieri. Ottant’anni di silenzio, di ostinazione, di imbarazzo. Ora, improvvisamente perfino RaiTre e l’ex direttore di “Repubblica”, Mario Calabresi, si sono accorti che i “liberatori” avevano massacrato 664 cittadini milanesi inermi, di cui 184 bambini di una scuola elementare. Ieri sera, infatti, sul terzo canale, alle 22,45 è stato messo in onda il documentario “Finché sono al mondo” di Calabresi e Silvia Nucini, dedicato all’orrore di Gorla. E nell’ultima settimana tanti spettacoli teatrali e iniziative pubbliche e scolastiche hanno ricordato a Milano questo ottantesimo, dolente anniversario. In queste ore, la Santa Messa celebrata dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini verrà poi seguita da una solenne cerimonia al monumento, con le autorità comunali milanesi.
Cosa successe quel maledetto 20 ottobre 1944?
Una formazione di “Fortezze volanti” e “Liberator” americani fa rotta verso le officine Breda di Milano. I due stormi, al comando di un certo colonnello James Knapp, non riescono però a individuare l’obbiettivo. Viene quindi dato l’ordine di rientro alle basi, ma il ventre degli aerei è ancora carico di bombe, tutte innescate. Knapp dà allora ordine di sganciare. Dove capita. La giornata è splendida, la visibilità perfetta. Sotto di loro ci sono i quartieri di Gorla e Precotto, si vede benissimo. Ma Knapp se ne frega e fa sganciare. Meglio volare a pancia vuota, leggeri e senza rischi d’incidenti. La contraerea italo tedesca è sporadica ma fastidiosa e ogni tanto può capitare qualche raro caccia rimasto all’aeronautica repubblica di Salò. Sono eroi pazzi che credono di fermare uno contro cento lo strapotere aereo alleato. Però ogni tanto qualcuno lo beccano. E allora meglio spicciarsi a rientrare alle basi. E tanto peggio per chi sta sotto.
342 bombe da 500 libbre piovono così su due quartieri di Milano completamente inermi. Nella scuola “Francesco Crispi” i bambini vengono fatti fuggire nella cantina, trasformata in rifugio antiaereo. Inutile. La scuola è centrata in pieno e il rifugio diventa una trappola mortale. Qua il racconto delle testimonianze dei superstiti raccolte da Vignoli è straziante. I più piccoli restano presi nelle scale dal crollo della struttura. Moltissimi finiscono sepolti dalle macerie. C’è chi urla, chi prega, chi consola i suoi compagni “non vi preoccupate, andremo in Paradiso”. Poi le voci si spengono: la polvere li soffoca a morte. Insieme a loro 20 fra maestri, bidelli, l’assistente sanitaria e la direttrice. Un bambino in età prescolare si affaccia con la madre al balcone di una casa di Gorla: la donna sa che un altro suo figlio è dentro la “Crispi” e osserva disperata l’orrore da lontano. Il piccolo stringe la mano della madre e la bacia: non parlerà mai più per tutta la vita.
Nel dopoguerra le famiglie delle vittime, devastate da tanto dolore, chiedono giustizia. Invano. Chi vince le guerre ha sempre ragione, chi perde torto. Nessuna “Norimberga” per il colonnello Knapp e i suoi aviatori. Nemmeno un richiamo. A mettere sale sulle ferite, i morti di Gorla diventano per l’Italia morti di serie B. Il bellissimo monumento che ricorda l’abominio di quel bombardamento insensato viene costruito con una sottoscrizione privata fra i famigliari delle vittime e gli imprenditori milanesi: si mobilitano istituzioni e aziende come il Teatro alla Scala, la Rinascente, le Acciaierie Falck, mentre lo scultore Remo Brioschi realizza gratuitamente il bronzo della mamma piangente sulle cui braccia è adagiato il figlioletto ucciso. Inaugurata il 20 ottobre 1947, come abbiamo detto, per 80 anni è rimasta senza una visita da parte dei tanti presidenti della Repubblica e addirittura in quegli anni vi fu chi chiese che fosse demolito, forse per compiacere i nuovi padroni angloamericani o forse su pressione degli occupanti, riferisce Luciano Garibaldi.
Per fortuna, il servilismo dell’Italia dei cicchettari e dei “ladri di biciclette” del dopoguerra conobbe un limite. La statua della madre con il bambino morto e la scritta ECCO LA GUERRA è rimasta là. A testimonianza dell’orrore, dei crimini dei vincitori e della fretta con cui si è voluto chiudere il giudizio storico sul passato, dove se sei finito dal lato della lavagna dei “cattivi” non hai diritto a giustizia, a onore, a memoria.

















