45 anni fa il sequestro Moro: fu una “operazione politica”?

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Roma, via Mario Fani, 16 marzo 1978, 9.02 del mattino, 45 anni fa veniva sequestrato Aldo Moro: quella mattina sulla Fiat 130 su cui viaggiava il Presidente della DC era rimasta la sua borsa, con le tesi di laurea dei suoi studenti e un articolo, scritto di suo pugno per Il Giorno, che l’allora direttore Gaetano Afeltra non volle pubblicare. In quell’articolo Moro pur riconoscendo le obiezioni USA espressegli senza infingimenti da Kissinger circa l’ingresso dei comunisti nel governo, difendeva la sua scelta. Quell’articolo non venne mai pubblicato (esce per la prima volta nell’edizione di oggi de Il Giorno) perché il giornale dell’ENI non voleva intaccare le buone intese con l’alleato USA.
Sappiamo che Kissinger rivendicò le sue obiezioni al disegno di Aldo Moro. Ma, 45 anni dopo, l’ “affaire Moro” (dal libro di Leonardo Sciascia) continua ad essere uno dei cosiddetti “misteri” italiani su cui molto si è scritto e altrettanto si è detto. Fra 55 giorni ritroveranno il corpo di Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, a metà strada fra via delle Botteghe Oscure sede del PCI e Piazza del Gesù sede della DC. Ad aprire per primo il bagagliaio della Renault 4 fu Antonio Cornacchia, del Nucleo Investigativo Carabinieri: secondo lui (lo ha scritto nel libro Uccidete Moro. Verità celate tra spiritismo e depistaggi. Io c’ero) quel 16 marzo 1978 in via Fani si sarebbe mossa anche quell’organizzazione supersegreta detta Noto Servizio, o Anello, un esponente del quale sarebbe stato quel frate francescano di Milano, Enrico Zucca, che si sarebbe dato da fare per liberare il Presidente della DC. Nel libro, “Airone 1” alias Antonio Cornacchia, parla di un suo viaggio, la sera del 6 maggio 1978, in compagnia di Padre Zucca e di don Cesare Curioni verso Castel Gandolfo: “Alle 7.30 del 6 sera vedo il segretario del Papa rispondere al telefono, convinto, forse, sia il segnale per la conclusione delle trattative e la consegna del cofanetto pieno di soldi, ma quando depone la cornetta, pallido in volto, ci informa che tutto è andato a monte”: forse, per chiosare la parola di Francesco Cossiga, dietro le Brigate Rosse non c’erano solo le Brigate Rosse. Forse c’erano anche le “brigate di servizio”, come le definì Leonardo Sciascia. E forse (forse) qualcuno sapeva quale fosse il luogo in cui Moro venne tenuto prigioniero. Forse il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ci era andato vicino. Forse il Generale, parlando con il giornalista Mino Pecorelli quella sera di gennaio 1979, ipotizzava che nel carcere di Cuneo fosse conservato un certo plico, con dentro qualcosa sul sequestro Moro. Forse, quella mattina del 16 marzo 1978, qualcuno aveva messo in moto una delle più grandi operazioni internazionali: come scrisse Pecorelli (che verrà ucciso il 20 marzo 1979, un anno dopo quasi esatto) sul suo settimanale OP (dal libro Cosi parlò Pecorelli. Gli articoli che fecero tremare la Prima Repubblica): “l’agguato di via Fani porta il segno di un lucido superpotere. La cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un Paese industriale integrato nel sistema occidentale”.

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