Gabriele Pepe, il patriota che sfidò Lamartine

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Quella di Gabriele Pepe è la storia di un patriota molto speciale: un uomo d’armi e di lettere, che seppe affermare le proprie idee sia con la penna che con la spada.

Era nato il 7 dicembre 1779 in una famiglia della borghesia agraria molisana, a pochi chilometri da Campobasso, precisamente a Civitacampomarano. Lo stesso piccolo borgo che, qualche anno prima, aveva dato i natali a Vincenzo Cuoco (il futuro storico della Rivoluzione napoletana del 1799).

Terzogenito di sei figli, era cresciuto in una casa in cui la cultura veniva considerata una faccenda molto seria: la prima istruzione la ricevette dal padre, dallo zio e da maestri formati alla scuola di Antonio Genovesi (illuminista napoletano). Il fratello Raffaele sarebbe diventato un insigne agronomo e poi il presidente della neonata Provincia di Molise.

Gabriele, invece, scelse la carriera nell’esercito, dove conseguì il grado di colonnello. Ma quando, nel 1820, la rivoluzione costituzionale incendiò il Regno delle Due Sicilie, fece una scelta di libertà e di indipendenza, appoggiando il primo esperimento di vita parlamentare del Mezzogiorno, al punto da guadagnarsi uno scranno da deputato nel Parlamento napoletano. L’esperimento durò poco, purtroppo: l’Austria intervenne con decisione, l’assolutismo fu restaurato e Pepe pagò il suo impegno politico con la deportazione a Brünn, in Moravia nell’attuale Repubblica Ceca, e poi con l’esilio.

Nel 1822 riparò a Firenze, dove tanti italiani perseguitati per ragioni politiche avevano trovato un approdo operoso: entrò così nel giro del Gabinetto Vieusseux e dell’Antologia, la rivista intorno a cui si formava la futura classe dirigente del Risorgimento. E mentre si manteneva dando lezioni di storia e di letteratura ai giovani della nobiltà fiorentina, strinse amicizie che contavano, tra gli altri con Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi e Antonio Ranieri.

Fu lì che arrivò l’offesa. Nel 1825 Alphonse de Lamartine, allora segretario della legazione francese a Firenze e già poeta celebre, pubblicò l’Ultimo canto del pellegrinaggio di Aroldo, un’opera che riprendeva temi e personaggi di Byron. Tra quei versi, in un passaggio che saltò inevitabilmente agli occhi di molti, definiva l’Italia una “terra di morti”: un paese finito, grande solo delle rovine del passato e di ricordi lontani nel tempo.

Pepe, profondamente indignato da quella definizione, rispose a modo suo, sempre attraverso la poesia: in un opuscolo di esegesi dantesca sul verso del conte Ugolino “Poscia più che il dolor poté il digiuno”, infilò una replica al vetriolo contro Lamartine, apostrofandolo come “fiacco e imbelle” rimatore e rimproverandogli le “baie contro l’Italia, baie che chiameremmo ingiurie”.

Dallo scambio di offese, come si usava all’epoca tra temperamenti focosi, si passò al duello alla spada. Che si tenne il 19 febbraio 1826, sulle rive dell’Arno, oltre Porta San Frediano: Gabriele Pepe ebbe la meglio, Lamartine fu ferito (lievemente) al braccio destro.

Immediatamente l’episodio fece il giro d’Europa. L’esule molisano diventò un’icona dell’onore nazionale, l’uomo che aveva passato a fil di spada chi aveva osato dare l’Italia per morta. E non sfuggì a nessuno che la sua risposta fosse partita da un commento a Dante, altro onore della Patria. Per Pepe, del resto, l’Italia e la sua letteratura erano la stessa cosa. Nello stesso anno l’Accademia dei Georgofili di Firenze lo volle tra i suoi membri.

Nel 1836 Pepe tornò a Civitacampomarano, agli studi e al violino, costantemente tenuto d’occhio dalla polizia borbonica, in qualità di sorvegliato speciale. Quando il 1848 riaccese le speranze indipendentiste, il vecchio colonnello fu richiamato in servizio come capo di Stato maggiore della Guardia nazionale napoletana: aveva quasi settant’anni ma volle essere per la terza rivoluzione della sua vita (dopo quelle del 1799 e del 1820).

Morì a Civitacampomarano il 26 luglio 1849, mentre intorno la reazione seppelliva ancora una volta tutto quello per cui si era battuto. Ma l’ora dell’Italia unita era vicina, e in seguito i patrioti del Risorgimento lo avrebbero riconosciuto tra i precursori.

Campobasso, capitale della sua terra, gli ha dedicato la piazza-giardino nel cuore della città, con il monumento che lo ritrae: il posto dove la gente passeggia ogni giorno porta il nome dell’uomo che a Firenze, una mattina d’inverno, stabilì che Dante e l’Italia valevano una sfida alla spada.

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