Alessandro Erra: «Non sarà come prima, ma meglio di prima»

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Li avevamo visti nel 2018 a Firenze a Palazzo Medici Riccardi e nel 2019 a Perugia al Museo Civico Palazzo della Penna: è il progetto espositivo di Alessandro Erra e Debora Santagata di 7ettanta6ei Art Gallery
Ciro Palumbo - Oltre c'è luce - olio su tela - 50x60 cm

Tornare a far mostre e crescere come Paese: tutto all’insegna di Michelangelo

Li avevamo visti nel 2018 a Firenze a Palazzo Medici Riccardi e nel 2019 a Perugia al Museo Civico Palazzo della Penna: è il progetto espositivo di Alessandro Erra e Debora Santagata di 7ettanta6ei Art Gallery, iniziato con Dürer e Botticelli, poi con Leonardo, che si concluderà a Roma presso Palazzo Velli Expo all’insegna dalla grandezza artistica di Michelangelo. Il protagonista è lui, Ciro Palumbo (Zurigo, 1965; vive e lavora a Torino), che dal 19 al 28 marzo 2021 esporrà l’ultimo atto del ciclo pittorico Rinascenza, per una mostra intitolata Rinascenza. Dolor et Furor, a cura di Luca Cantore d’Amore e con catalogo edito da Editoriale Giorgio Mondadori. Ne parliamo con Alessandro Erra.

Caro Alessandro, puoi darci qualche anticipazione su cosa vedremo in mostra a Palazzo Velli?

«Vedrete le opere del terzo ciclo di Rinascenza, il progetto che a Firenze abbiamo dedicato a Botticelli e successivamente a Leonardo a Perugia. Abbiamo deciso di dedicare il terzo capitolo a Michelangelo e di conseguenza abbiamo scelto la città di Roma. Su cosa vedrete in mostra silenzio stampa, ma vi anticipo che ci saranno circa 40 quadri di Ciro Palumbo, uno più bello dell’altro».

Il “dolore” del titolo ha un riferimento al periodo che il mondo sta vivendo?

«Assolutamente sì: abbiamo scelto questo titolo per evocare il senso di una nuova rinascita, una vera e propria ripresa a partire da tutto quello che ci circonda. Vogliamo essere ottimisti, del resto ordinare una mostra di questo livello con un catalogo edito da Mondadori significa dare un segnale di fiducia, ovvero che presto ci si avvii verso la fine dell’incubo».

Quindi il “furore” lo possiamo intendere anche come una volontà irrefrenabile di risollevarci?

«Sì, esprime la voglia di tornare a far mostre e di crescere come Paese, ma esprime anche una voglia di normalità: ci manca la vita, ci mancano le cose semplici come bere un caffè insieme a un amico».

Dopo Firenze e Perugia, possiamo considerare Roma l’ultimo atto del vostro progetto?

«Sì, stiamo chiudendo in bellezza con Michelangelo, ma seguiranno nuovi progetti, alcuni dei quali già in cantiere: per ora ti dico solo che…andiamo verso l’infinito».

Avete chiamato “mondi” questa serie di mostre: che tipo di “mondo” ti aspetti, nell’arte, quando la pandemia sarà rientrata? Tutto virtuale?

«Onestamente credo di no. Si vorrà tornare ad apprezzare l’arte sorseggiando un bicchiere di vino e chiacchierando con l’artista, il curatore, il gallerista. Si tornerà a quel contatto umano che del resto è fortemente presente già nelle opere d’arte, dietro alle quali c’è sempre l’uomo. Non sarà tutto come, ma meglio di prima».

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