Alida Valli e le dive del Fascismo

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Fra le “bellissime” del cinema italiano, Alida Valli fu l’unica ad attraversare indenne il Ventennio

Alida Valli è con Clara Calamai, Luisa Ferida e Doris Duranti una delle grandi dive del cinema del Ventennio, ma l’unica a rimanere un nome da cartellone anche nel dopoguerra.

Tutte e quattro arrivarono alla fama con ruoli da protagoniste tra il 1937 e il 1938 con la realizzazione di Cinecittà. Gli studi di via Tuscolana erano stati voluti da Luigi Freddi, Direttore generale della cinematografia, con l’appoggio di Galeazzo Ciano.

Prima di Cinecittà il rapporto tra cinema e Regime era stato occasionale. Prima della Grande Guerra il cinema italiano aveva fatto scuola in tutto il mondo con opere come Cabiria di Pastrone ma negli anni Venti non aveva retto alla concorrenza straniera. Il Fascismo se ne era inizialmente disinteressato fino al rilancio della casa di produzione Cines grazie all’opera dell’imprenditore genovese Stefano Pittaluga sotto gli auspici di Giuseppe Bottai.

Una breve stagione conclusasi con la prematura morte di Pittaluga e l’incendio degli studios del 1935.

Con l’avvento di Luigi Freddi alla Direzione della cinematografia ripartirono le grandi produzioni, come lo Scipione l’africano di Carmine Gallone, ma solo con Cinecittà la macchina cinematografica del Regime si mise in moto e tornò anche per il cinema italiano il divismo, che aveva conosciuto una grande stagione ai tempi del muto con le celeberrime Lyda Borrelli e Francesca Bertini.

Il divismo del Ventennio favorì proprio le attrici che avevano debuttato in ruoli principali in quella fase di rinnovata creatività del cinema italiano. Un divismo in cui l’elemento anagrafico era secondario. Se Alida Valli, classe 1921, era la più giovane tra le dive del periodo, Clara Calamai, classe 1909, era coetanea di Leda Gloria e Isa Pola, le dive della Cines Pittaluga che a Cinecittà non troveranno la stessa visibilità.

Comunque a Cinecittà c’era spazio per tutte e anche le dive più vicine al Regime (evidente il caso di Doris Duranti amante di Alessandro Pavolini, ministro della Cultura Popolare da fine 1939), che però non oscureranno la fama delle altre attrici.

Dopo l’8 settembre andranno a Salò la Duranti e la Ferida, che finirà fucilata per mano partigiana assieme al compagno Osvaldo Valenti. La Calamai e la Valli sceglieranno di rimanere al sud. In questo la scelta di Alida Valli fu tra le più consapevoli.

In un articolo intitolato Cinema in licenza sul numero 8 del settimanale Star, ottobre 1944, periodico sul cinema nato nella Roma occupata dagli Alleati, il giornalista e critico Adriano Baracco, ironizza sulla gente del cinema che ha rifiutato la chiamata di Freddi. Baracco ne ha per tutti: celebre l’aneddoto del regista Alessandro Blasetti che si traveste da frate e si nasconde in un convento. La Calamai sembra rimanere a Roma quasi per caso mentre al ristorante attende Luigi Freddi già in fuga al nord. L’unica di cui scrive con ammirazione è proprio Alida Valli:

«La risposta migliore fu quella di Alida Valli, cara e intelligente ragazza. Anche a lei Freddi telefonò, le promise milioni, le disse di avere già un film preparato; minacciò anche un poco, ma Alida lo lasciava parlare senza la minima paura: “Non fare il buffone, Freddi“, gli disse alla fine e riappese il ricevitore».

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