Carceri come una polveriera: “Sezioni adatte per i soggetti infetti”

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In Cina questo è l’anno del Topo. Ironia della sorte o tragica coincidenza? Il 2020 ha visto cambiare, allo stato attuale, gli stili di vita degli italiani che sono passati dall’affrontare il problema Coronavirus COVID-19 per gradi. Dai meme, alle barzellette, alle facili battute sul marchio di una nota birra (peraltro buonissima con il limone), alle scope in verticale per passare ai decreti di restrizione della libertà per il bene comune, ai megafoni in strada delle Forze dell’Ordine, alle ronde delle stesse per accertarsi il rispetto delle regole degli organismi sovraordinati. Ecco la psicosi. Non ci si può stringere la mano in segno di saluto. Ma, a pensarci, chi ne ha voglia? Ci si evita in strada pur di limitare i contatti. Questo virus può essere asintomatico. Si può essere semplicemente veicolo quindi ci si può non ammalare ma causare la malattia, anche grave, ad altri. Sembra la trama di un film catastrofista del miglior genere apocalittico. Quale la miglior cura? Per il momento rimanere in casa ed aspettare notizie certe e definitive. La situazione è critica anche nelle carceri. Non se ne parla, o se ne parla molto poco, poiché il tema carceri rimane un tema spinoso (non volendo utilizzare il termine: rognoso). A tal proposito abbiamo voluto incontrare il segretario nazionale del sindacato CON.F.A.E.L., comparto sicurezza, Ubaldo Facci. Facci rispecchia tutta la caparbietà e l’onore dell’uomo sardo. Patriota e legato alla divisa della polizia penitenziaria, ha accettato che gli ponessimo alcune domande. In particolare gli abbiamo chiesto cosa ne pensasse delle rivolte che stanno avvenendo nelle carceri italiane alla vista dei primi contagi.

«Siamo seduti su di una polveriera. Chi mi conosce», continua Facci dopo un attimo di meditato silenzio, «sa quanto ami la vita nel suo spirito di custode della semplicità, della famiglia e della voglia di sorridere. I detenuti hanno un debito con la società. E’ chiaro. Ma vanno preservati in quanto esseri umani soprattutto alla luce dei diversi contagi accertati: Verona, San Vittore, Pavia, Voghera e tanti altri ancora. Inutile aggiungere che sono risultati, poi, positivi anche due medici in servizio al carcere di Brescia. Le nostre carceri non sono pronte a questa emergenza. Nessuno di noi lo è.»

Cosa pensa della rivolta nel carcere di Modena?

«Una brutta pagina di storia. Una rivolta in piena regola. Con urla e rivoltosi ovunque. Inferociti. In questo caso l’autorevolezza degli ufficiali al comando gioca un ruolo forte. A Modena ha giocato a favore dei miei colleghi la professionalità, il senso del dovere, l’addestramento, il sangue freddo. Colleghi che senza batter ciglio hanno sedato la rivolta guidata da detenuti inferociti e armati di strumenti dismessi di almeno 40 anni. I detenuti sono esseri umani, universi da comprendere, ma morire per servire lo Stato non è affatto scontato».

Al tavolo con tè e mascherina: intervista ad Ubaldo Facci, segretario nazionale comparto sicurezza CON.F.A.E.L. alla luce delle rivolte nelle carceri dopo i casi di Coronavirus COVID-19

Facci decide di fare una pausa. Tanti suoi colleghi hanno vissuto queste esperienze sulla loro pelle durante anni di onorato servizio. La tensione per il ricordo è percettibilissima. Nell’attimo di silenzio che precede la conclusione di quanto detto, versa dell’acqua e mi chiede se gradisco bere anche io. Rifiuto come forma di cortesia.

«Chi parla di tutto ciò? Del nostro affrontare quotidiano stati di eterna urgenza e senso di una giustizia e di uno Stato precario? Il detenuto ha un debito da saldare con la Giustizia e noi siamo i loro carcerieri nel folklore carcerario. Siamo noi la personificazione della coercizione, degli anni di privazione della libertà personale (causato da loro azioni). Loro hanno commesso degli errori ma noi siamo gli sbirri. I Secondini. Le Guardie Carcerarie. Sbagliano anche a chiamarci: non siamo sbirri ma Polizia Penitenziaria».

Catello Maresca, sostituto procuratore della Corte di Appello di Napoli e magistrato antimafia, alla luce delle recenti rivolte esplose nelle carceri italiane a causa dei casi di Coronavirus COVID-19, sostiene la necessità di tamponi a tappeto per detenuti ed agenti di polizia penitenziaria. Di necessità virtù o eccesso di zelo?

«Il dottor Maresca è una istituzione in materia. Possiamo dire che le sue parole sono il giusto orientamento dettato da una esperienza opportuna e profonda. Egli sostiene anche la necessità di una ridistribuzione dei detenuti in strutture dismesse come il carcere dell’Asinara o di Pianosa nonché l’opportunità di utilizzare strutture poco affollate come la struttura penitenziaria di Grosseto, Chiavari, Avezzano».

Cosa rappresenta lo “svuota-carceri”?

«Sono assolutamente contrario. Davanti ad una restrizione di pena si presume un reato grave. I reati vanno espiati in carcere e non banalizzati anche davanti al momento storico attuale, nel confort delle proprie abitazioni o addirittura in strutture alberghiere. I detenuti non sono turisti. Va tutelato il Diritto, va onorato il sistema giudiziario e la suprema autorità dello stato italiano».

Quale, dunque, la soluzione al Coronavirus COVID-19 nelle carceri alla luce di quanto accaduto?

«E’ molto semplice. Mi permetta di completare la sua domanda. Lo faccio solo per eccesso di zelo. Alla luce di quanto accaduto, alla luce di quanto sta accadendo nelle carceri e davanti a quanto viene taciuto, la soluzione è di tipo pratico. Avevo già detto, precedentemente, che la situazione sarebbe peggiorata. Adesso bisogna contenere la propagazione. Applicare la profilassi sanitaria necessaria è tassativo. Bisogna creare sezioni adatte per i soggetti potenzialmente infetti. E’ necessario proteggere i corpi di polizia penitenziaria, i miei colleghi, uomini e donne che vanno a lavoro per procurare sussistenza alle famiglie. Non è possibile rischiare di inviare in giro scorte in questo momento così difficile, equipaggiate anche male. Bisogna rivedere, come più volte sollecitato, i protocolli con le regioni in materia di sanità penitenziaria. E’ arrivato il momento per farlo. Ripeto con forza: tassativo è sottoporre a tampone tutti gli operatori penitenziari e tutte le persone sottoposti a tutela giudiziaria in carcere, anche chi non presenta sintomi. Questo significa affrontare il problema seriamente. Non dimentichiamo che gli istituti di pena rappresentano la cartina di tornasole del profondo disagio che tutto il sistema Italia sta vivendo. Non possiamo permetterci di perdere altro tempo. E’ necessario eliminare i segnali che si stanno rilevando in maniera sempre più evidente e forte. Diversamente siamo seduti sopra una Santa Barbara». .

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Paolo Guidone
È uno studioso di lingue semitiche e dei fenomeni sociali nell'evoluzione nei Rapporti Internazionali. Laureato in Giurisprudenza e innamorato di Geopolitica è specializzato in diplomazia culturale, sistemi finanziari e sicurezza. E’ docente a contratto in C.I. di Relazioni Internazionali, Teoria dei Trattati, Storia dei Mercati Valutari. Ama la Vita, lo Sport e la Ricerca. Ha scritto: "Alla Ricerca dell'Immortalità: Racconti e Tradizioni della mia Terra, la Valle del Sarno" testo mai pubblicato ma donato agli amici di sensibilità comune. come lui stesso afferma: "Fu il risultato di una profonda Ricerca Identitaria, appassionata, Filosofica, personale. L'intenzione Era ed È, tutt'ora, di comprendere quale percorso seguire per non Morire."