Un Piano Marshall per la Cultura

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Foto di TravelCoffeeBook da Pixabay

Un fondo salva cultura ? Magari. Così Pierluigi Battiste sul Corriere della Sera, dove propone la realizzazione di un fondo attraverso il quale i risparmiatori italiani potrebbero contribuire “a salvare dal disastro, o addirittura dalla morte, quel patrimonio immenso” che è la cultura italiana, fatta non solo di musei e teatri, ma anche di turismo.

A pagare lo scotto del blocco produttivo non sono solo i cosiddetti intellettuali (anche loro, comunque), ma tutto l’indotto che tiene in piedi il sistema cultura, dal trasportatore di opere d’arte al fonico, dal pubblicitario al video maker, dal costumista al regista.

Non solo cinema, non solo gallerie d’arte, ma anche riviste di settore, web e cartacee, dall’editore al redattore, fino agli uffici stampa e agli operatori culturali free lance o con contratti non da dipendenti. Per non parlare poi del settore strettissimamente connesso alla cultura, cioè il turismo (alberghi, ristoranti, locali, ma anche agriturismo e tutti gli esercizi commerciali di settore).

I dati forniti da Confcommercio sono impietosi, anzi le proiezioni possono addirittura essere interpretate al ribasso: «La situazione attuale è semplicemente senza precedenti. Per ottenere la stima di una perdita di circa 6 miliardi abbiamo fatto l’ipotesi che la riduzione dei consumi passi dal 65% del primo trimestre al 25% del secondo al 10% del terzo per poi rimbalzare del 10% nel quarto (le variazioni sono riferite al periodo normale del 2019). Pertanto, la nostra valutazione non è affatto pessimistica, ma, anzi, potrebbe peccare di ottimismo. È elevata, infatti, la probabilità che il tessuto alberghiero subirà lesioni permanenti da questa crisi» (Mariano Bella, direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio).

Che fare?, come diceva Lenin. Se è vero che la cultura, fino a questo momento, ha sempre fornito servizi poco monetizzabili (e da qui l’impossibilità di investimenti finanziari di rischio per risollevarne le sorti) e se è vero che anche l’idea di far emettere obbligazioni o “cultura bond” alle fondazioni può generare effetti solo a lungo termine e non quantificabili, allora occorre rivoluzionare il modo usuale di intendere la cultura e il senso stesso dello Stato.

Se un’economia di mercato non può intervenire rispettando le sue leggi, allora si prenda lezione da quel segretario di Stato americano, nazione simbolo dell’economia di mercato, che nell’immediato dopoguerra legò il proprio nome al mastodontico piano politico-economico per la ricostruzione dell’Europa di oltre 12 miliardi di dollari: il famoso Piano Marshall.

In questo momento apocalittico un piano Marshall per la cultura e il turismo rappresenta, a mio parere, l’unica base di partenza praticabile per risollevare le sorti, ora segnate, di un settore che con il suo indotto incide in maniera non indifferente sulla ricchezza della nazione, dal momento che la filiera culturale genera 90 miliardi di Prodotto Interno Lordo.

Ribaltiamo dunque, in questo momento drammatico, il precedente modo di pensare liberale: laddove non possono i privati, intervenga lo Stato. Anzi, la Nazione: una specificazione che non è una questione di lana caprina, perché solo una comunità che è Nazione può difendere se stessa e i propri cittadini implementando la sua cultura, che è il suo simbolo e in un certo senso la sua stessa linfa vitale.