Giorgia Meloni: “Ora possiamo cambiare l’Europa”

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Una piazza del Popolo a Roma traboccante di folla e bandiere tricolori ha accolto la manifestazione conclusiva di Fratelli d’Italia per la campagna elettorale delle elezioni europee e amministrative. Decine di migliaia i militanti e i simpatizzanti che hanno ascoltato i candidati sindaco, fra cui Marco Fioravanti, primo cittadino della città identitaria Ascoli Piceno, che ha aperto gli interventi rivendicando orgogliosamente di avere “le scarpe piene di fango e la faccia pulita”.

Interventi pieni di entusiasmo e orgoglio per i risultati ottenuti da un partito nato solo cinque anni fa e che ora – come rivendicato da Nicola Procaccini – punta a diventare per numeri il primo partito nel Parlamento Europeo. E proprio all’Europa guardano tutti gli oratori: a quello che ha fatto finora l’Unione, con la “una delle legislature più ideologiche della storia: follie green, frontiere, aperte ideologia gender”, biasima Carlo Fidanza, additando nella cancel culture uno dei nemici da sconfiggere nella prossima legislatura in difesa delle “radici stesse della nostra identità” europea.

E non sembra dunque un caso, vedere insieme alle tantissime bandiere di Fratelli d’Italia e ai tricolori nazionali in Piazza del Popolo accolte anche una bandiera albanese e una rumena. Due delle comunità immigrate più numerose e ben integrate nel nostro paese, che evidentemente vedono nella difesa dei valori comuni che cementano i popoli europei un buon motivo per sostenere a loro volta il partito di Giorgia Meloni. Che infatti apre il proprio intervento parlando di “Europa dei Popoli Sovrani”, un pilastro che i lettori di CulturaIdentità conoscono bene e che ha il suo basamento nella Giovine Europa di Mazzini.

“Noi siamo dalla parte giusta della storia”, ha rivendicato proprio Giorgia Meloni, gridando a schiena dritta dopo tante polemiche e accuse da parte delle opposizioni la bontà della sua battaglia. Una battaglia per le riforme, con il premierato che rafforza la sovranità del popolo contro l’incoerenza di PD – “partito democratico che significa che secondo loro è democrazia solo quando a comandare è il loro partito” – e del Cinquestelle che “sceglievano i loro candidati su una piattaforma privata online, ma non vogliono che i cittadini possano scegliere il premier nelle urne”.

Un discorso, quello della Meloni, che ha spaziato dalle riforme alla politica estera, rivendicando la fine dell’isolamento dell’Italia nei consessi internazionali, anzi, la rinnovata centralità riconquistata dal nostro paese. Con la fermezza tenuta nei confronti della guerra russo-ucraina e il sostegno a una pace giusta in Medio Oriente, con il riconoscimento del diritto di Israele a vivere in pace e ai palestinesi ad avere uno Stato da far prosperare.

Il tutto, mentre la sinistra “si appella apertamente e senza pudore ai condizionamenti esterni”. “Hanno tifato per l’aumento dello spread e per la tempesta sui mercati” ha incalzato la Meloni, rivendicando le scelte economiche del governo nel campo del lavoro e delle politiche di assistenza alla maternità: “perché la libertà non è farsi chiamare prefettah, ma poter fare il prefetto senza dover essere costretta a scegliere fra maternità e lavoro”.

Un colpo all’ideologia femminista, dopo la polemica per le volgarità proferite dal governatore della Campania, quando Giorgia Meloni rivendica la vera uguaglianza, quella che garantisce alle donne la medesima dignità e il medesimo diritto di difendersi degli uomini. E che invece è sotto attacco anche in situazioni incredibili, “agghiaccianti”, biasima il presidente del consiglio, come a Torino, quando un imam ha tenuto un sermone all’università pubblica con le donne chiuse in un recinto “che applaudiscono la loro sottomissione”.

Giorgia Meloni dunque invoca il cambio di passo, ribadendo con forza ciò che è stato fatto finora dal suo governo e rilanciando, come nel caso nell’accordo fra Roma e Tirana per la gestione dei clandestini: “mando un abbraccio al primo ministro socialista albanese Edi Rama, perché l’hanno massacrato perché ha voluto dare una mano all’Italia”. L’accordo fra Italia e Albania ha spinto le sinistre e gli euroburocrati a “rincorrere ogni possibile leader europeo” per aizzarlo contro l’Italia, ottenendo però, al contrario che “15 nazioni europee su 27, cioè la maggioranza, ha firmato una lettera per chiedere alla commissione europea di replicare il modello italiano”.

Dunque, ora – grida a gran voce la Meloni – “l’Italia siede ai tavoli europei da protagonista e non più con il piattino in mano” e con l’aiuto degli elettori – continua – potrà pesare di più, perché “tu puoi anche non interessarti dell’Europa, ma l’Europa si interesserà comunque di te”. E occorre dunque controllare e indirizzare, come Bruxelles si potrà fare i fatti nostri.

Un’Europa che vuole venire a dire quali automobili deve guidare un cittadino o che stabilisce che l’assegno unico per la natalità “non va bene”, perché l’Italia non lo garantisce anche agli immigrati che hanno i figli nel loro paese. Oppure può essere un’Europa come quella sognata dalla destra per decenni, e cioè un continente partner degli Stati che la compongono, che difenda l’identità dei popoli, lasci la libertà agli Stati di “consolidare i diritti dei singoli cittadini senza picconare l’istituto fondamentale della famiglia”, come invece si vuole fare con l’imposizione dell’ideologia gender. Un’Europa che difenda le proprie radici culturali e non si arrenda all’islamizzazione. “Qui a Roma nacque l’Europa contro le sinistre di allora, che oggi vorrebbero trasformare l’Unione Europea in un dirigismo burocratico di stampo sovietico”.

Gli occhi del mondo sono puntati su di noi e ancora una volta il nostro compito è dimostrare al mondo di siamo capaci”, ha concluso Giorgia Meloni, invitando tutti a recarsi con coscienza alle urne, quale che sia la scelta finale nel segreto dell’urna.

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