Domenico Andrea Bassetti, storia di un eroe trentino

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Quella che vi racconto è la storia, ahimè poco conosciuta, di un eroe trentino, un patriota irredentista italiano di nome Domenico Andrea Bassetti, che nacque a Lasino in Valle dei Laghi il 20 gennaio del 1828.

Tutto cominciò nel 1859 quando Bassetti, per difendere i suoi ideali filo-italiani lasciò il Tirolo Italiano, l’attuale Provincia di Trento, allora territorio austriaco, e combatté la seconda guerra di indipendenza nella battaglia di Palestro, con le truppe sardo-piemontesi e francesi.

Emigrò in Francia e si arruolò nella Legione straniera francese in Algeria, dove fondò nel 1867 la cittadina di Palestro, dal comune lombardo in provincia di Pavia e oggi conosciuta come Lakhdaria a circa 70 chilometri da Algeri.

E fu proprio nella sua Palestro che il sindaco Bassetti venne trucidato con parte della popolazione, da 3.000 berberi rivoltosi, il 21 aprile del 1871. Cadde eroicamente il patriota valligiano per mano di Amar-ben-Kerkoud, che gli sparò addosso un colpo di fucile e lo finì con la sua flissa, la lunga e affilatissima sciabola dei Kabili.

E con lui, 150 anni or sono, morivano barbaramente uccisi anche numerosi emigrati italiani, tra cui molte famiglie trentine. In particolar modo, come testimonia un rapporto consolare e dalle testimonianze pubblicate dal “Monitore”, un giornale di Algeri, si apprese che la colonia era stata “fondata ai 18 novembre 1867 da contadini del Trentino e precisamente la maggior parte di Lasino, distretto di Vezzano, e della valle dell’Anaunia. […]

Erano 56 famiglie” della Valle dei Laghi e della Val di Non, che lo avevano seguito in Algeria, nella fondazione del paese di Palestro, tra le terre strappate dall’esercito coloniale alle varie tribù natali della Cabilia, in ricordo di quella vittoria risorgimentale. Un angolo del nord Africa, verdeggiante e all’ingresso del fiume Isser, che tanto ricordava a Bassetti e a chi lo aveva seguito la loro amata terra.

Glie lo ricordava a tal punto che “durante il loro breve soggiorno acquistarono 546 ettari di terreno – 273 mila pertiche – che lo lavoravano e costruivano le loro case sullo stesso sistema e nel medesimo modo come nel Trentino, e nel mezzo una magnifica chiesetta amministrata da un curato italiano. I colonisti vi furono attratti dai rilevanti lavori pubblici, cioé costruzioni di strade e ferrovie, miniere, ecc. essendoché erano conosciuti per persone diligenti, economiche e abili”.

Una terra che somigliava sempre più alla sua Valle dei Laghi e dove sapeva non avrebbe potuto ritornare, perché reo di aver tradito l’Austria.

Ben presto quelle nuove terre destinate ai coloni dal governo francese a un buon prezzo per insediare più europei e cristiani possibile, furono soggette a pesanti imposte di guerra. Furono così obbligati a vendere, spesso a prezzi irrisori, bestiame e raccolti, e affittare persino le proprie braccia per lavorare le loro terre.

Di li a poco nella terra idilliaca di Palestro si crearono i presupposti per una vera e propria guerra tra poveri: autoctoni e neo coloni.
Bassetti, sindaco con grande visione, capì subito che quella guerra tra poveri sarebbe ben presto degenerata.

In quella primavera del 1871 la siccità faceva prevedere una stagione di carestie. E ad accendere la miccia della rivolta fu lo scontro su una preziosa fonte d’acqua assegnata per due terzi ai coloni e solo per un terzo ai cabili delle contrade intorno. «Nico» Bassetti corse ad Algeri per segnalare alle autorità i rischi, mise in guardia trentini, italiani e francesi da ogni provocazione. Inutile. Le cose precipitarono quando un folto gruppo di ribelli scatenò la rivolta attaccando vari villaggi Inutili le richieste d’aiuto ai francesci. Ormai era troppo tardi.

La mattina del 21 aprile 1871: «Gli uomini validi e ben armati erano nel Presbiterio; nell’altra casa erano le donne, i fanciulli e pochi uomini», scriverà due settimane dopo «La Voce Cattolica», «Si combatté per un’intera giornata, uccidendo un gran numero di arabi.

Verso sera costoro vennero a fare proposte di capitolazione. Essi offrirono di condurre tutti fino all’Alma, restituendo le armi e le munizioni a due chilometri da questo villaggio. Queste proposte fatte a voce furono subito accettate dagli assediati, a capo dei quali stavano la squadra della Gendarmeria e il sindaco Bassetti…» Un accordo travolto dalla furia belluina degli insorti assetati di vendetta. «Fu aperta una porta; ma allora fu invasa, e cominciò il macello. Gli sventurati traditi lottarono fino all’estremità. Bassetti, uomo energico e dotato di forza erculea, uccise cinque assalitori a colpi di pugnale; un gendarme ne uccise tre. Ma alla fine soccombettero al numero, e caddero gli uni dopo gli altri. Allora cominciò una scena orribile. Furono spogliate le vittime, furono profanati i cadaveri, e a quelli ch’erano ancora in vita furono inferte mille torture prima di ucciderli».

Quando arrivò la colonna di soccorso partita da Algeri, «dopo una faticosa marcia senza interruzione di sette ore», non c’era più nulla da fare: «Oh, vista orribile!», avrebbe scritto nel rapporto il colonnello Alexandre Fourchault, «Il villaggio distrutto, le case saccheggiate e abbruciate, e 46 cadaveri sparsi qua e là fuori del villaggio, tutti uomini sul fiore dell’età, però nessuna donna e nessun fanciullo, e non si conosce ancora la sorte toccata a questi ultimi, in ogni modo sembra che siano stati fatti prigionieri e condotti in schiavitù ove non possono aspettarsi che un luttuoso avvenire».

Qualche donna e qualche bambino, par di capire, furono poi lasciati andare. Altri sparirono nel nulla, inghiottiti dal silenzio e dalla cattiva memoria.

Nel “Libro dei morti 1811-1895” della parrocchia di Lasino, al 22 aprile 1871, si scrisse soltanto che “Bassetti Domenico del fu Pietro di qui, già da molti anni in Africa, ove fungeva qual sindaco di Palestro, 46 anni” morì per “infortunio”. Con lui anche “Bassetti Emmanuele, fratello del sopra notato già da parecchi anni in Palestro, 46 anni”. Morto “per infortunio”. “Chisté Antonio (Mare) di Pietro e fu Rosa pure in Palestro dove trovavasi al lavoro; tutti e tre massacrati dai Kabyli il giorno 22 p. p. aprile e poi ritrovati dalla Colonna militare del Colonello Fourchoalt e da lui fatti seppellire presso la chiesa come partecipava a questo comune 20 luglio corr. in base a relazione capitanale 21 giugno n. 6320”. A Lasino, i Bassetti trucidati a Palestro erano detti “i Bari”; Antonio Chisté, invece, faceva parte della famiglia detta “i Mari”. La rivolta dei Cabili insanguinò l’intera regione. Chi riusciva a fuggire raggiunse la costa nel tentativo di trovare un imbarco e tornare nelle terre d’origine. “Affluivano giornalmente nella città marittima di Algeri, dall’interno del paese, lavoranti del Tirolo italiano privi di tutti i mezzi di sussistenza per fuggire ad una eguale e orribile sorte che toccò agli abitanti di Palestro”. Tuttavia la presenza di emigrati dalla valle dei Laghi in Nord Africa continuò anche dopo la strage. Nel libro dei morti della parrocchia di Lasino si scrisse che il 15 ottobre 1874 “Trentini Antonio fu Giuseppe” di 25 anni “morì in Bona di Costantina in Africa in quell’ospedale militare”.

Nel 1892 Giobatta Trentini di Lasino, servendosi di un rapporto consolare inviato al suo comune e delle testimonianze pubblicate dal “Monitore”, ricordò come “i colonisti, sotto il comando del loro capocomune Domenico Bassetti si difesero da veri eroi contro un nemico esuberantemente maggiore di forze, fanatico e avido di sangue. Dopoché essi avevano terminate e munizioni e viveri e dopo di avere aspettato inutilmente un ajuto cercarono di farsi strada con una baionetta alla mano, ma trovarono sciaguratamente la morte in una lotta contro una forza maggiore”.

Dopo la sua eroica morte Bassetti venne onorato con il titolo di «Eroe nazionale francese» e venne ricordato dal governo parigino con l’erezione a Palestro di un monumento. Nel 1962, dopo l’indipendenza, quest’ultimo fu però distrutto, insieme a tutto ciò che in Algeria aveva qualche relazione con i coloni occidentali: dai monumenti, che ne testimoniavano la presenza, alle tombe dei nostri connazionali, senza alcun rispetto. Al posto del monumento in onore e ricordo delle gesta del sindaco Bassetti venne addirittura eretta una moschea. Fu così che Bassetti e gli emigrati trentini, morirono due volte.

Nel 2015 finalmente su commissione di due imprenditori del marmo, noti per le loro vocazioni nel mondo del volontariato nel continente africano, Silvio Xompero e Franco Masello, furono affascinati dalla storia di quell’eroe quasi sconosciuto in Italia, in casa propria. Così, sulla base di una foto del monumento originale, commissionarono l’opera allo scultore Enrico Pasquale che, usando un blocco di pietra bianca di Vicenza, ne ricostruì il monumento. Quest’ultimo fu poi presentato alla fiera internazionale del marmo Marmomacc di Verona dal 30 settembre 2015 per essere poi portato a Lasino, e donato alla sua comunità.

Oggi finalmente il Sindaco Bassetti può riposare nella sua Lasino, nell’attesa, 150 anni or sono e da irredentista patriota di ricevere il titolo di “eroe nazionale italiano”.

(Grazie a Font: Il Corriere della Sera, L’Adige, Il Trentino Nuovo, La tragica fine dei migranti “tirolesi” in Algeria è ricordata anche nel volume di A. Folgheraiter, “Il vento sulla soglia”, Curcu&Genovese, 2008, L’emigrazione dal Trentino: dal Medioevo alla Prima Guerra mondiale, Museo degli usi e costumi della gente trentina, 1998)

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