Dopo Machiavelli e Marx la politica ha smesso di essere un’arte

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Studiando la vita e le opere di due tra i più grandi studiosi dei meccanismi socio politici della società del loro tempo, parliamo di Machiavelli e Marx, emerge un interessante parallelismo.

Entrambi attraverso le loro opere, l’uno il “De principatibus”, l’altro il “Das kapital”, hanno sviluppato dei concetti emersi dal conflitto storico del paradigma oppresso-oppressore, i quali avevano nel loro intento quello di emancipare le “classi subalterne”, e per farlo, sapevano che dovevano conoscere in profondità il loro nemico.

Nel caso di Machiavelli si ha una novità. La concezione che la politica è un’arte, e come tale basa il suo agire su logiche che prescindono dalla morale. La contrapposizione si manifestava tra il popolo dei comuni che rivendicava l’autonomia repubblicana, e i governanti, che governavano le città in forma di signorie e ducati, o in termini più estesi di regno e papato, in un’epoca, l’Italia del ‘500, in cui ancora la politica, in virtù di una società basata su valori aristocratici, incideva direttamente sulle sorti degli equilibri mondiali e soprattutto europei. Machiavelli ne mise in luce tutti i punti oscuri.

Mentre Marx, fondò il suo studio attorno ad un mondo sorto dopo la rivoluzione francese, nel quale si assistette in termini leopardiani alla “strage delle illusioni”, dove cioè i valori e la cultura aristocratica decadono, per essere soppiantati da quella risultante come la autrice materiale della suddetta rivoluzione ossia quella borghese, fondatrice di una concezione “positivistica” della neonata società industriale.

Il paradigma resta il medesimo, sono gli strumenti di oppressione a trovare un rinnovamento.

Quello che un tempo fu il timor superstizioso di Dio esercitato dalla chiesa, è a partire dal XIX secolo il materialismo scientifico e tecnologico. Ambedue, strumenti di persuasione, ma abissalmente differenti sul piano della legittimazione, in cui l’uno esercitava il suo operato mediante la coercizione psicologica e il controllo mentale, manomettendo la spiritualità dell’anima, il secondo, in maniera ancor più cinica e mascherata del primo, attua mediante l’alienazione materialistica e omologatrice, basata su “la possanza divina del denaro”, su finti valori di libertà, e di spregiudicata frenesia dei commerci, per concludersi in un edonismo-consumistico di pasoliniana memoria.

Nacque così, il materialismo laico, come nuova forma di pensiero separata dallo spiritualismo religioso proprio della teologia. Qui la politica cessa di essere un’arte. Non è più filosofica, ma serva. Tutta quanta la politica è infatti oggi nient’altro che esecutrice.

Lo abbiamo visto con la farsa di Giuseppe Conte e Mario Draghi, sull’ottenimento del “Recovery Fund”. Il più grande esempio di mistificazione della realtà. Soldi degli italiani, versati col sacrificio di imprese e famiglie, spacciati con la collaborazione di tutti i giornali, come necessari al futuro dell’Italia, quando invece servono al progetto di riforma digitale che le multinazionali vogliono imporre, condannando così le generazioni future di cui si riempiono la bocca, ad un indebitamento senza precedenti. L’indebitamento serve a rendere i popoli schiavi.

Per entrambi, (Machiavelli e Marx), possiamo prendere come spunto artistico per comprendere la realtà, un passo de’ “Dei sepolcri” di Ugo Foscolo, quando, nel 1807 entrando nella basilica di San Francesco a Firenze si trovò di fronte alla tomba di “quel grande”:

“Io, quando il monumento vidi, ove posa il corpo di quel grande che, temprando lo scettro a’ regnatori, gli allor ne sfronda, ed alle genti svela di che lagrime grondi e di che sangue”.

Da sempre il potere, fonda le proprie radici e la propria ricchezza sull’ignoranza seminando cadaveri, talvolta sono cadaveri invisibili.

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