Guareschi contribuì alla sconfitta del Comunismo. Ma il colpo non gli riuscì col modernismo nella Chiesa
Era il 28 dicembre 1946 quando uscì sulla rivista «Candido» un racconto intitolato «Don Camillo». Parlava di un prete e di un sindaco comunista, di un paesino della Bassa e delle lotte politiche nell’Italia del dopoguerra. Il protagonista, che dava il titolo alla novella scritta da Giovanni Guareschi, sarebbe diventato uno dei personaggi più celebri della letteratura italiana del XX secolo, assieme al suo antagonista, il bolscevico Giuseppe Bottazzi, detto «Peppone». E al piccolo paese teatro delle loro vicende umane, originariamente chiamato Borgoratto ma poi universalmente identificato con Brescello, in provincia di Reggio Emilia. Il passaggio da Borgoratto (nominato solo in quel primo racconto) a Brescello avviene grazie al cinema, che a partire dal 1952 porta sul grande schermo le storie scritte da Giovanni Guareschi, che però erano già diventate un successo editoriale clamoroso. Tanto da aver contribuito probabilmente alla sconfitta del Fronte Popolare nelle elezioni del 1948. La raccolta dei racconti (i primi 38 di 346 complessivamente usciti) in romanzo, voluta dall’editore Rizzoli, infatti arriva un mese prima della cruciale consultazione elettorale, nella quale DC e PCI si giocarono i destini del paese.
Erano quelli i mesi convulsi in cui l’alleanza fra i partiti antifascisti andava rapidamente estinguendosi. Quel che andava fatto insieme – sconfiggere il vecchio regime – era stato fatto. Quel che si era dovuto fare insieme (obtorto collo) – fare la repubblica e redigere la nuova costituzione – s’era fatto. Ora i nodi venivano al pettine. E l’Italia doveva scegliere se restare nel campo occidentale oppure passare con il Sol dell’Avvenire (o più verosimilmente affrontare una nuova guerra civile), dando il governo in mano al PCI di Togliatti alleato col PSI di Nenni.
Guareschi partecipa a questa contesa contrastando fieramente i comunisti con tutti i mezzi di giornalista e letterato. Uno dei racconti – «La gran giornata» – esce addirittura la domenica delle elezioni stesse, il 18 aprile 1948, proprio come estrema chiamata alle urne per gli elettori anticomunisti. L’importanza di questi racconti non è mai stata realmente quantificata in «voti spostati», ma negli stessi mesi Leo Longanesi pubblicava il racconto distopico «Non votò la famiglia De Paolis: lettere scritte domani» di Donato Martucci e Uguccione Ranieri di Sorbello che aveva lo scopo di terrorizzare i lettori sull’eventualità di una vittoria del Fronte Popolare. Segno che in un’Italia che ancora leggeva, la letteratura poteva avere un suo peso. E comunque non è casuale che i comunisti abbiano poi sempre odiato – nel senso più grave del termine – Guareschi, considerandolo un loro arcinemico.
Di fatto quei racconti, usciti all’incirca con cadenza mensile, ottennero il grande risultato di galvanizzare l’opinione pubblica anticomunista, ma senza spingerla a un odio «sudamericano»: in fin dei conti, anche se «Don Camillo» inizia con una storiella di bastonature e calci nel sedere reciproci, i protagonisti sono tutti italiani e non se la sentono d’andare troppo oltre. La guerra civile l’avevano già assaggiata loro malgrado e ne avevano avuto abbastanza. E forse, diciamola tutta, nemmeno i comunisti vogliono veramente realizzare il «paradiso del socialismo» nella nostra terra… Il secondo grande risultato delle creature uscite dalla penna di Guareschi è proprio quello d’aver umanizzato di nuovo la contesa politica dopo gli orrori estremisti della Seconda guerra mondiale.
Lo stesso colpo però non gli riuscirà contro l’altro grande avversario che il bastian contrario emiliano s’era cercato: il modernismo del Concilio Vaticano II. Se infatti il primo «Don Camillo» e il secondo («Don Camillo e il suo gregge», 1953) erano stati dedicati all’Italia del dopo-guerra civile, il terzo («Il compagno Don Camillo», 1963) doveva far satira dei comunisti orfani di Stalin e lentamente imborghesiti, nel quarto romanzo-raccolta, uscito postumo nel 1969, vedeva la penna di Guareschi intinta nel vetriolo dell’anti-modernismo. Conservatore indefesso, Guareschi vede nelle derive del Concilio Vaticano II una minaccia mortale a quel «piccolo mondo» in cui il campanile era stato il centro di tutto per due millenni (nonostante i tentativi delle Case del Popolo di proporsi come alternativa…). Nel nuovo romanzo il prete manesco e il burbero sindaco comunista sono quasi costretti a una sorta di alleanza, stretti fra le intemperanze dei giovani contestatori e il nuovo parroco – Don Francesco, detto Chichì – che intende portare il vento della «novità» nelle secolari tradizioni della Chiesa.
Il «nuovo», insomma, avanza e Guareschi non ci sta. Intuisce la deriva che sei anni dopo la sua morte verrà definita da Pasolini «mutazione antropologica» e capisce che la sostituzione dei valori cattolici non avverrà con quelli comunisti (contestabili, anche se pur sempre «valori») ma con il vuoto edonismo consumistico. E vede nella smania «riformatrice» del Vaticano II il cavallo di Troia attraverso il quale il suo «piccolo mondo» rischierà d’essere travolto. Cosa che effettivamente è accaduta. Così, quello stesso scrittore a cui papa Giovanni XXIII nel 1959 aveva chiesto di redigere un nuovo catechismo (opera rimasta incompiuta e recentemente ripubblicata a cura di Alessandro Gnocchi), diventa un ferreo avversario delle novità del Concilio aperto proprio da papa Roncalli e concluso dal suo successore Paolo VI. In due sarcastiche «lettere a Don Camillo» scritte nel 1966, a Concilio concluso, Guareschi mette in guardia il suo manesco reverendo ammonendolo a sostituire l’altare con la «tavola calda» a relegare il Cristo con cui parla in un angolo in maniera che i fedeli possano voltargli le spalle e a stare attento a non recitare più la Messa in latino, perché i delatori democristiani potrebbero denunciarlo al vescovo e il PCI sospenderlo a divinis. Nelle due lettere gli ricorda che Cristo oramai va considerato «un fascista», un antidemocratico, un «fenomeno provinciale». La vecchia, solenne, secolare Messa in latino va sostituita con quella «ye-ye» per far posto a capelloni e scosciate in minigonna e l’Ostia potrà essere presto data con un distributore automatico da installare sul tavolino che sostituisce il vecchio altare a muro.
La modernità dunque come nemica dell’Assoluto. Le boutade dei racconti di Don Camillo, col prete che benedice le case via telefono o distribuisce acqua santa spray diventano fin troppo presto una realtà, e Guareschi lo ammette in quelle due lettere. I suoi racconti invecchiano con una velocità mai vista. Del resto, l’intera nostra epoca è segnata da trovate comiche che non fa in tempo a calare il sipario sulla scenetta e sono già finite in Gazzetta Ufficiale con tanto di sanzioni civili e penali per chi non ottempera…
Insomma, l’ultimo pugno del nerboruto Don Camillo era destinato a fare cilecca e il bastian contrario emiliano perderà questa sua ultima battaglia anche per una accoppiata di eventi sfortunatissimi e luttuosi: il cuore lo abbandona il 22 luglio 1968. E durante le riprese dell’ultima pellicola tratta dai suoi romanzi, «Don Camillo e i giovani d’oggi», due anni dopo, anche Fernandel, attore che aveva oramai dato il suo volto al prete di Brescello, si sente male sul set. Morirà il febbraio seguente e il film resterà incompiuto. Nel 1972 uscirà finalmente un nuovo «Don Camillo e i giovani d’oggi», con Gastone Moschin nella parte di Don Camillo e Lionel Stander che interpretava Peppone, ma il divario era incolmabile e il film fu un flop.
Il modernismo nella Chiesa quindi non aveva trovato più neppure quell’argine che Guareschi aveva invece edificato al Comunismo attorno a Don Camillo. Senza la capacità di un Guareschi di rendere pop argomenti complessi, il «nuovo» poté avanzare e la rivoluzione trionfò, nelle chiese come nella società, travolgendo il «piccolo mondo». Oggi, il Crocifisso di scena dei film con Fernandel è una curiosità per turisti a Brescello, con cui farsi un selfie da postare: «un amen per ogni like».


















