Elezioni in Francia: il ritorno della comunità, il ritorno dei popoli

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Foto del movimento giovanile del RN

L’esito delle elezioni europee del 9 giugno e del primo turno delle legislative francesi del 30 giugno rimarcano lo scostamento del voto popolare dai pronunciamenti dell’intellighenzia accreditata, da quel pensiero unico, spocchioso e sprezzante che non riconosce alternative possibili a se stesso.

L’ideologia al capolinea

Piero Vassallo ha scritto che “l’esperienza storica ha screditato l’ideologia, ma non ha scalfito il potere alienante, che l’illusione ha esercitato su coloro che avrebbero dovuto confutarla e contrastarla”. Questo significa che oggi, seppure screditata, l’ideologia (comunista, liberale, illuminista, scientista) sopravvive a livello intellettuale. Sopravvive nelle forme affievolite e melense di una retorica del bene contro il male, dell’amore contro l’odio, della tolleranza contro i muri. Cosicché un potere culturale di sacerdoti strettamente osservanti del mito progressista continua a governare i giornali, ad influenzare le case editrici, a condizionare le emittenti televisive, a selezionare le fonti della storiografia, a manipolare il passato, a diffondere e smerciare concetti e preconcetti andati a male.

Parallelamente prolifera una nuova povertà culturale senza memoria e senza progetto. Essa impronta non solo il pensiero, ma anche il costume di vita. Pensieri, gusti e valori vanno omologandosi all’insegna del superficiale e del vacuo. Il materialismo dialettico si trasforma in consumismo pratico, la liberalizzazione dei costumi diventa edonismo rozzo, le aspirazioni ideologiche arrivismo spicciolo, il libertarismo individualismo capriccioso, il collettivismo pura e semplice massificazione.

Questo puzzle ideologico impazza, quindi, in negativo, più che in positivo. Ma, laddove si senta minacciato nelle sue posizioni di preminenza, interdice ed ostracizza, facendo riemergere intolleranze tipiche del passato.

In questo contesto, la democrazia sfinita nelle sue antiche ragioni, si riduce a forma politica dell’assenza di verità, a liquidazione dell’esistente, gestione di un potere senza fantasia. Fondata sul presupposto nichilista che non esistono priorità etiche, priva di appartenenza e di radici, si traduce in un vincolo collaterale, un mero sistema di convenienze, incapace di generare comunità e, tantomeno, solidarietà. E questo lo si vede tanto più in Europa oggi che il relativismo, nel segno di un’unione senza identità, si sposa con l’affarismo, con il potere delle lobbies burocratiche, bancarie, finanziarie.

Per questa democrazia, che rifiuta presupposti metafisici, che cancella anche il dato storico (ad esempio, delle radici cristiane dell’Europa) in ossequio al politicamente corretto, l’unica cosa che non si discute, l’unico assoluto, è la libertà. Ma è una libertà completamente svuotata di significato, una sorta di involucro inviluppante un mondo che ormai non crede più in niente e che ha smesso anche di provarci. Dovunque i resti di un dogmatismo senza giustificazione che si traveste di umanitarismo, epigono smunto del laicismo e del razionalismo astorico o, forse, più radicalmente dell’illuminismo.

Il ritorno dei popoli

La vittoria degli outsiders di destra dimostra che la volontà popolare non è un indice algebrico. Non lo è almeno nella misura in cui il popolo non è massa, qualcosa di materiale, di indistinto, che procede per inerzia. Né è un’astratta configurazione statuale, priva di rimandi emotivi, affettivi, ma ha una storia, una tradizione, una memoria. Potremmo dire, con un termine preso in prestito dai radical chic, una pancia. Ma il punto è che pancia è vita… perché pancia sono le esperienze, i sogni, i ricordi, le immaginazioni, i vissuti. Altro che parametri, idiozie finanziarie, indici che vorrebbero ricacciare nelle angustie di un potere autoreferenziale!

Tutto questo rompe una sorta di crosta sclerotizzata, che è poi quel modo ideologico di leggere i fatti, erede della storiografia marxista, pregiudizialmente teso a misconoscere il peso di fattori spirituali ed ideali nei processi storici. E nel crollo di una visione della storia ci sentiamo di affermare che qualcosa di epocale accade: viene meno non tanto, o soltanto, una visione ideologica, ma la stessa matrice dell’ideologia. Viene meno la visione progressiva e progressista della storia e si estingue per difetto di realismo la concezione intellettuale a fondamento tanto del marxismo, quanto del liberalismo.

E più si tenta da parte di questi illuminati in ritardo, di questi Soloni ben pagati, di costringere la realtà all’interno di categorie e schemi, di imbracarla nelle maglie strette del pensiero unico, più questa sfugge, sorprende, resiste. Il movimento reale dei fatti, delle circostanze, delle volontà, si prende la sua rivincita sul pensato, supera il potere di previsione dei sondaggi, le alchimie di un potere che ha scommesso sulla sua eterna giovinezza.

La sfiducia verso l’establishment che viene fuori dal voto popolare non è, allora, casuale. Essa nasce dalla percezione diffusa dell’inadeguatezza delle caste dominanti ad affrontare, governare ed intervenire sulle condizioni materiali delle persone: il lavoro, la sicurezza, l’immigrazione fuori controllo, il futuro. Denuncia, in positivo, un’esigenza di comunità, il bisogno di ritrovare l’appartenenza, per ridare un fulcro alla politica, per redimerla da opportunismi, tatticismi, perseguimento di interessi immediati e deteriori, per rivitalizzare il bene comune.

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