Fra banchi a rotelle e compiti a casa la scuola va cambiata da cima a fondo

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I problemi nella scuola italiana oggi sono davvero innumerevoli. Nonostante la grandissima quantità di materiale culturale a nostra disposizione, nonostante la notevole mole di cose da poter insegnare (e forse anche a causa di ciò), nel 2020 ancora non si riesce ad ottenere un livello competitivo con gli altri modelli di scuola nel resto d’Europa.

Sarà per la qualità del personale docente che spesso si ritrova come ripiego ad insegnare in qualche liceo; sarà per l’impossibilità di evolvere e rinnovare le metodologie didattiche a causa della mancanza di risorse economiche; sarà per l’eccesso di burocrazia e la mancanza di libertà da parte del docente di poter svolgere il suo lavoro in modi diversi da quelli dettati rigidamente dallo stato (o da un governo estremamente incompetente), resta il fatto che il potenziale culturale delle nuove generazioni resta sprecato.

La vera riforma di cui la scuola italiana ha bisogno non è fatta di banchi a rotelle, come vorrebbe far credere qualche clown della politica italiana, e nemmeno è oggi una necessità, quella di cambiare la “seduta” degli studenti.

Non c’è bisogno di chissà quale statistica per poter tenere conto del fatto che non bastano nemmeno più le canoniche 6-7 ore giornaliere di scuola per poter insegnare tutto il necessario ad uno studente affinché affronti università, vita e lavoro a testa alta e con una solida formazione umana e culturale.

Bisogna ripensare il concetto di scuola dalle sue fondamenta. Il termine scuola deriva dal greco σχολή e dal latino “schola” che vuol dire “tempo libero, dedicato allo svago della mente, che per l’epoca era lo studio.

Oggi scuola per molti ragazzi è sinonimo di cella, di obbligo, di “luogo di detenzione” dal quale sopravvivere o fuggire il prima possibile. Pochissimi sono gli studenti che l’affrontano con dedizione, con consapevolezza, o semplicemente con serenità, e la colpa non è delle nuove generazioni. La colpa è di quella sinistra e di quella certa politica che da venti anni circa sta trasformando la scuola in un luogo di indottrinamento politico e di reclutamento di nuovi elettori.

Il presidente di Pearson italiana, Roberto Gulli, dichiarò in un’ intervita: che “quando il ruolo dei professori è riconosciuto, la scuola funziona meglio. Non si tratta solo della retribuzione: per avere buoni insegnanti bisogna offrire una formazione continua. Fare il professore deve essere un privilegio per chi si laurea, non meno prestigioso di altre professioni come l’avvocato e l’ingegnere”, e aggiunge anche che “Investire sull’istruzione vuol dire aumentare il Pil, l’educazione non è solo un diritto acquisito ma un bene da far crescere”.

Basterebbe davvero poco per rendere la scuola italiana leggermente più efficiente. Basterebbe iniziare a considerare che la scuola non è semplicemente l’edificio all’interno del quale vengono rinchiusi i ragazzi fino ai 18,19 anni. La scuola è anche la famiglia, la propria casa, è il luogo e le persone con cui si cresce. Alla scuola partecipiamo tutti noi cittadini italiani, come studenti e come insegnanti.

Non è possibile né umano immaginare che solo dentro quelle quattro mura i ragazzi apprendano le cose più importanti umanamente e tecnicamente che serviranno loro per il resto della vita.

Bisogna rivoluzionare la scuola partendo innanzitutto ridando dignità e libertà alla professione dell’insegnante, che non può essere solo un dipendente statale, solo un tecnico della didattica, solo un robot che spinge i ragazzi attraverso pagine per loro vuote di senso e compiti a casa che privano i ragazzi della loro forza vitale.

Il concetto di “portarsi i compiti a casa” (e ce lo insegna la Finlandia, la Corea del sud, il Giappone e persino la Germania) abbracciano l’antiquata idea dell’insegnamento militarizzante degli studenti, privandoli della libertà di evolvere come persone (come anche la pedagogia contemporanea vuole).

A testimonianza di ciò di seguito vi lasciamo la Top 25 delle scuole migliori al mondo fatta nel 2019 dalla PISA (Programme for International Student Assessment), alla fine della quale si piazza tristemente l’Italia:

1. Corea del Sud
2. Giappone
3. Singapore
4. Hong Kong
5. Finlandia
6. Regno Unito
7. Canada
8. Paesi Bassi
9. Irlanda
10. Polonia
11. Danimarca
12. Germania
13. Russia
14. Stati Uniti
15. Australia
16. Nuova Zelanda
17. Israele
18. Belgio
19. Repubblica Ceca
20. Svizzera
21. Norvegia
22. Ungheria
23. Francia
24. Svezia
25. Italia

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