Francesco Forte: il liberalismo di un “tecnico” perbene

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Gli antichi sapevano che c’è una correlazione tra il nome e la personalità di ognuno di noi. E Francesco Forte, scomparso il primo giorno del 2022 a quasi novantatré anni, era al tempo stesso sincero e soprattutto robusto: ancora pochi giorni fa, uno dei suoi commenti sul “Giornale”, come tutti quelli che frequentemente comparivano, era ricco di dati, cifre, con un’argomentazione solidissima e stringente.

​E’ una grande perdita per la cultura italiana perché Forte è stato un grande economista. Il suo Manuale di Scienza della finanze ha formato generazioni di universitari e la scienza delle finanze, questa disciplina di cui fin da prima dell’Unità l’Italia eccelleva, vedeva in lui l’ultima propaggine, che ebbe in Luigi Einaudi uno dei vertici: e di Einaudi, Forte fu successore in cattedra, a Torino, nel 1961. Era una scuola improntata al più rigoroso liberalismo, anzi “liberismo”, un termine già presente fin dall’Ottocento, ma, contrariamente a quanto credono gli sprovveduti, niente affatto disinteressata alle questioni sociali. E che guardava al socialismo riformista come a un alleato fondamentale per separare i ruoli dello Stato da quelli del mercato, entrambi autonomi e indipendenti. Non a caso il giovane Luigi Einaudi scriveva su “Critica sociale” di Filippo Turati e il suo allievo ideale, Forte, ne segui le orme.

Quelle ideali, più che quelle politiche: non militò nel Partito liberale, quello di Einaudi, ma nel socialdemocratico di Giuseppe Saragat, anticomunista e, nei suoi momenti più alti, keynesiano e liberale al tempo stesso. Alla politica Forte si avvicinò da professore, studioso e intellettuale pubblico in ruoli che oggi diremmo “tecnici”: era appena diventato ordinario, che il ministro del Bilancio, Ugo La Malfa, diede a lui, a Paolo Sylos Labini, di pochi anni più anziano e a Pasquale Saraceno, il compito di stendere una nota sulla programmazione che ancora oggi andrebbe letta per lucidità e rigore (ovviamente, fu inascoltata). Poi gli anni dell’Eni, dove si scontrò con le mani dei partiti, che in buona sostanza l’avrebbero uccisa: Forte, come racconta nella sua bellissima autobiografia, A onore del vero (Rubbettino, 2017) avrebbe ispirato Petrolio, il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, che dalla deliquescenza della creatura di Enrico Mattei partiva.

Era una Italia di minoranza, corretta, leale, lucida sul tanto che nel paese andava a rotoli e anche critica sui governi di centro sinistra a cui pure Forte aveva regalato un contributo essenziale: ancorché limitare la tara storica delle mani dello Stato sulla economia, il centro sinistra di Moro e di Nenni le aveva ingigantite.

Forte non poté quindi che vedere in Craxi il modernizzatore e il segretario socialista fu quello che gli consentì l’ingresso in politica: nel 1979 con la prima elezione in Parlamento (sarebbe stato rieletto fino al 1994), poi con varie cariche di sottosegretario e di ministro nel suo governo. Forte non fu mai, però, nonostante fu pure sindaco di Bormio, un politico di professione né tantomeno un uomo di partito, il che spiega come mai dopo il 1987 il Psi non gli assegnò più quel rilievo che avrebbe meritato.

​Era il rappresentante di una sinistra perbene, anticomunista, anti totalitaria, liberale, che dopo il 1994 non poté che trovare rifugio a destra, da Silvio Berlusconi. Pur non rivestendo in Forza Italia cariche politiche, Forte stese numerosi progetti per il partito e per i governi del Cavaliere, soprattutto sul piano della riduzione fiscale.

Nella Grande Italia di cui Forte è stato uno degli ultimi esemplari, si poteva quindi essere al contempo studiosi, intellettuali, tecnici e politici e l’un canale irrorava l’altro. Poi la politica ha abdicato dal pensiero credendo che solo la “prassi” (per di più di piccolo cabotaggio) bastasse a tutto: sono arrivati i tecnici e l’hanno lasciata ignuda. Solo che i tecnici – anzi, la tecnica- senza pensiero e senza politica porterà alla fine definitiva della nazione. E non ci saranno neppure più i Francesco Forte a opporre la resistenza del senso comune.

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