Giovanni Verga il verista dal grande cuore

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Giovanni Verga a cent’anni dalla morte. Due parole per una ricorrenza che quasi nessuno rammenta

Giovanni Verga morì a Catania il 27 gennaio 1922 (vi era nato il 2 settembre 1840), vedi caso – i grandi geni sembrano a volte legati da strani parallelismi – esattamente ventuno anni dopo Giuseppe Verdi, che se n’era andato il 27 gennaio 1901. Il 2022 sta quasi spirando a sua volta e non ho visto celebrazioni di nessun tipo per ricordare questo sommo artista, questo compositore della parola che del realismo ha fatto un veicolo straordinario di passione e di emozione. Non ho visto articoli sui giornaloni nazionali, di regime o meno, politicamente corretti o meno. A parte le iniziative dell’Università di Catania e qualche articolo su pagine web sparse, la morte di questo grande scrittore, patrimonio prezioso della nostra letteratura e di quella internazionale, non ha occupato i media, non ha avuto quella risonanza nazionale che avrebbe richiesto, anzi che sarebbe stata doverosa. Ma come? Diranno certi benpensanti: hanno stampato perfino un francobollo speciale per l’occasione! Ci vuol poco a farlo e nessuno se ne accorge. Il guaio è quello che non è stato fatto: non ho visto campagne di sensibilizzazione alla lettura di questo autore nelle scuole, non ho visto trasmissioni televisive a lui dedicate (poteva essere riproposto lo sceneggiato tv Mastro Don Gesualdo, del 1964, con Enrico Maria Salerno e Lidya Alfonsi); non ho visto dibattiti, recuperi di sue opere teatrali, manifesti, conferenze. Niente di tutto questo: fece più scalpore la morte di Totò Riina. Da vergognarsi. Nel mio piccolo, non potendo rimediare a queste macroscopiche mancanze figlie della squallida ignoranza in cui viviamo oggi immersi, vorrei ricordare un genio come Verga sottolineando come la sua arte verista sia un veicolo di straordinarie emozioni e testimoni una potente e geniale ispirazione: di un grande cuore, insomma.

A Giovanni Verga tocca un po’ il destino di altri grandi geni come Manzoni o Dante: ecco un altro mattone di quelli che non si mandano giù. Quelli che si ricordano qualcosa degli anni di scuola avranno in mente il verismo, forse I Malavoglia, meno il Mastro-don Gesualdo, e li rammenteranno sotto forma di brani imposti e noiosi; magari un titolo come Cavalleria Rusticana o La roba gli farà tornare alla mente qualche barboso lavoro – con tanto di sciocche domandine a fine brano – sulle novelle dell’autore catanese. Insomma chi se ne frega dei poveracci delle campagne siciliane dell’Ottocento, gente che mette a stento insieme il pranzo con la cena e rompe le scatole coi proverbi? Chi a scuola magari ci sta ancora andando queste torture le ha ben presenti e di sicuro anch’egli al nome del Verga sbuffa annoiato. Sì, quello che voleva «fotografare» la realtà, che non voleva lasciare commenti nella scrittura, che parlava sempre di morti di fame.

Danni incalcolabili della scuola, di ieri come di oggi. La stessa adesione di Verga al verismo viene vista come una patente di freddezza, di distacco dalla storia narrata e dai suoi personaggi. Niente di più falso. Lo scrittore catanese si cala profondamente nelle sue storie e nelle figure che le popolano: il suo modo di sentire pietà, compassione, empatia o repulsione per questo o quel personaggio è raccontare i fatti cercando di nascondere il più possibile le sue idee e la sua presenza dietro le parole, che sembrano spesso affidate a una sorta di narratore popolare (praticamente collettivo) che parla in quanto parte della realtà sociale che si offre agli occhi del lettore. Ne risulta un’immersione totale di chi legge nei fatti narrati, una vicinanza maggiore ai personaggi e alle loro vicende, ai loro dolori e speranze, cadute e riprese.

Quando Verga descrive una scena noi vi siamo trasportati dentro senza mediazioni, stregati ora da un realismo avvincente, ora da un lirismo sublime che fa risuonare nel nostro animo echi ineffabili. Quando narra la storia e fa parlare i personaggi ci rende disponibili a sentire i moti del loro cuore, le loro ragioni, desideri, sentimenti, crucci, aspirazioni: e questo proprio grazie al suo verismo che, lungi dall’essere fredda e «scientifica» registrazione di fatti e discorsi, è completa identificazione nella storia e nei suoi protagonisti. Per suscitare il pathos, accendere le nostre emozioni, riversare dentro di noi l’empatia profonda che lo lega ai suoi personaggi e al mondo che racconta, Verga non fa altro che ritrarre quei poveri diavoli che sciamano nella sua arcaica Sicilia contadina, o quelle figure grottesche e non di rado meschine che rappresentano la borghesia moralista e venale e l’ottusa nobiltà di provincia delle sue terre. Più l’autore si nasconde dietro il velo del testo, più il pathos e la commozione emergono e riempiono il lettore. Qui stanno la natura e il senso del verismo verghiano: non semplice fotografia di ambienti e personaggi ma intima e palpitante vicinanza a entrambi, con la convinzione matura che più la narrazione sarà «vera», più sarà viva l’impressione che ne riceverà il lettore, quindi più autentica e profonda la sua emozione, più genuino il pathos.

Il verismo di Verga risponde a un’esigenza artistica profonda, alla ricerca di un contatto emozionale e – direi – carnale con i protagonisti e il loro ambiente: la ragione creativa dell’arte verghiana è nella verità, al di là e al di sopra di ogni etichetta imposta dagli accademici, di ogni cattività in categorie che di per sé sono necessariamente anguste e riduttive. In una lettera del 1875 al giornalista Felice Cameroni, lo scrittore si pronuncia chiaramente in merito alla sua ispirazione: «Ho cercato sempre di essere vero, senza essere né realista, né idealista, né romantico, né altro». Vero, dunque, che equivale a sincero, non a distante. 

In molti si sono ingegnati a giudicare l’opera verista di Verga un sostanziale atto di denuncia delle ingiustizie, del disagio sociale, delle angherie patite dal popolo siciliano alle prese con lo strapotere di una classe dirigente e padronale dispotica, ottusa e spietata. Ma questa interpretazione, con buona pace di tutti, è troppo superficiale per un autore di simile genio. Ovvio che nelle storie dove campeggiano le umiliazioni, la povertà e la fatica improba di tanta gente si possa cogliere una muta e concreta denuncia; altrettanto ovvio che ne fosse consapevole per primo proprio lo scrittore. Del resto la sua arte verista nasce in polemica: «tutta questa umanità inferiore era stata concepita e assunta dallo scrittore in aperta polemica con l’umanità superiore», cioè quella elegante, fatua e salottiera dell’alta società che Verga aveva frequentato negli anni giovanili, come sottolinea opportunamente Gaetano Trombatore. Ma Verga non aveva bisogno di fare banale opera di aperta propaganda o di lotta politico-sociale: la denuncia e la polemica sorgono spontanee dalla partecipazione emotiva alle lotte e ai destini della povera gente che l’autore sente profondamente e travasa nel nostro animo grazie al suo genio creatore.

Verga, infatti, ha sempre voluto fare opera d’arte, non manifesti politici o ritratti crudeli dipinti con la pedanteria del sociologo da usare come armi appuntite di polemica sociale, alla maniera dei naturalisti francesi (da cui il verismo italiano prende comunque le mosse, per poi distanziarsene). E nell’opera d’arte ha dato vita a un mondo, la sua fantasia si è sposata con la realtà fino a renderla vivida e concreta sulla pagina, consegnando a noi le emozioni e le sensazioni di pietà, solidarietà, rifiuto, compassione che servono più di ogni testo «socialmente impegnato» a capire gli uomini, concepire la denuncia, penetrare e comprendere l’umanità.

Del resto Verga stesso conferma quanto abbiamo appena sostenuto. Al momento della pubblicazione del suo ultimo romanzo, Dal tuo al mio, nel 1906, lo scrittore accompagna il testo con una dichiarazione, scritta a mo’ di premessa, dove sottolinea che al lettore «non sfuggono, come non sfuggono al testimonio delle scene della vita, il senso recondito, le sfumature di detti e di frasi, i sottintesi e gli accenni che lumeggiano tante cose coi freddi caratteri della pagina scritta, come la lagrima amara o il grido disperato suonano nella fredda parola di questo metodo di verità e di sincerità artistica». Il metodo della verità è dunque una fonte d’arte, anzi d’arte sincera, perciò autentica perché ispirata. Ma non basta; Verga è ancora più chiaro nel finale della sua premessa al romanzo, là dove si riferisce al dramma che, con lo stesso titolo, era andato in scena nel 1903:

Pel significato che si è voluto dare qua e là alla rappresentazione di questo mio lavoro teatrale, dichiaro che non ho voluto fare opera polemica, ma opera d’arte. Se il teatro e la novella, col descrivere la vita qual è, compiono una missione umanitaria, io ho fatto la mia parte in pro degli umili e dei diseredati da un pezzo, senza bisogno di predicar l’odio e di negare la patria in nome dell’umanità4.

Non poteva essere più chiaro, e aveva tutte le ragioni. Verga in sostanza afferma che la letteratura con le sue infinite facoltà descrittive basta da sola a rendere ragione anche delle ingiustizie, delle sofferenze e delle diseguaglianze sociali: non c’è bisogno di far polemica, basta la potenza della creazione a evocare un intero mondo e farne sentire gli accordi e le dissonanze; il resto lo fa l’animo del lettore.

Quando Verga sceglie la strada del verismo non abbandona dunque affatto né la passione né l’emozione dello scrivere, non rinuncia affatto all’ispirazione per ridursi a redigere quadri sociali come uno scribacchino qualunque. Il famoso «canone dell’impersonalità», che ci hanno fatto digerire con la biochetasi a scuola, non risponde a un’idea di distacco intellettualistico dall’opera né tantomeno a un freddo programma di osservazione scientifica di tipo sociologico (Verga parte dal naturalismo francese per la sua scelta realista, ma non è un naturalista); anzi quel canone è la pietra angolare di un nuovo fare artistico per cui l’autore rinuncia a intervenire in prima persona e preferisce nascondersi dietro le righe perché i fatti e i personaggi parlino, come dire, da soli, in modo che i loro sentimenti, le loro passioni, i loro caratteri, il concatenarsi delle vicende colpiscano direttamente il lettore, così come hanno colpito lo scrittore quando ha sentito l’impeto di metterli sulla pagina. In una sorta di prefazione alla novella L’amante di Gramigna (comparsa nella raccolta Vita dei campi nel 1880) Verga espone lucidamente le ragioni di questa sua «impersonalità», e sono ragioni in tutto e per tutto artistiche, legate alla ricerca di una sorta di creazione perfetta perché autonoma nella sua forma:

Quando nel romanzo l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane, e l’armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessari, che la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale, l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé5.

Eccolo qua il nocciolo del verismo verghiano: offrire al lettore la storia così come si è presentata alla fantasia creatrice dello scrittore, nella sua nudità, priva dei trucchi con cui l’autore avrebbe potuto ritoccarle i lineamenti della faccia o del corpo, nella sua urgenza di esistere. Grazie a questa scelta di realismo integrale possiamo considerare il Verga come l’ultimo scrittore epico della nostra letteratura. Non solo perché molti personaggi hanno qualcosa degli eroi delle tragedie greche o dei grandi poemi dell’antichità per il loro porsi di fronte alle disgrazie e ai momenti infausti con un coraggio e una determinazione legati alla semplice eppur granitica assolutezza dei loro valori, ma soprattutto perché nelle sue storie il Verga sa ritrarre e far parlare lo spirito collettivo di tutto un popolo, incarnandone nella parola gli schemi di vita e di pensiero, in sostanza la cultura. E tutto questo senza mai dimenticare il punto di vista dei singoli, senza mai rinunciare a penetrare il loro animo, indagare la loro psicologia, sentire e far sentire le loro emozioni. Artista sommo il Verga, perché dalla realtà distilla la passione e spreme il sentimento per consegnarceli intatti nella loro sincerità.

Dovremmo andare orgogliosi di avere nel nostro passato letterario un simile genio, e semmai l’occasione di questo centenario dovrebbe essere di stimolo per riprendere in mano i suoi capolavori. Ma nelle librerie di questa miserabile italietta campeggiano volumi pieni di carte sporcate e i grandi classici languiscono su scaffali polverosi: purtroppo non si è quasi più disponibili a essere provocati ma si preferisce il divertimento superficiale, la rassicurante e disimpegnata ribalderia dello sciocco e del banale. Dovremmo invece riscoprire il piacere di leggere le opere di un artista come Verga, tutt’altro che noioso o scontato, ma semmai genio capace di toccarci cuore e mente quanto più si nasconde fra le pieghe della sua narrazione, in modo che quanto più egli sparisce tanto più noi godiamo di emozioni profonde che sgorgano dallo spettacolo di una realtà tanto nitida e scolpita da farsi quasi materia concreta nella parola.

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