L’identità italiana? Spiace per chi la nega, ma esiste e la storia lo dimostra

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Torna alla carica il refrain della presunta “inesistenza” dell’identità italiana. E torna – beninteso – per puntellare la pretesa di regalare la cittadinanza con la speranza di rimpolpare il parco-elettori della sinistra.

A riproporre il tema dell’“inesistenza” dell’identità italiana è Maura Gancitano, scrittrice e divulgatrice, autrice di un podcast “in collaborazione col Parlamento Europeo”. La Gancitano viene ripresa su “Repubblica” per l’ospitata all’incontro “Generazioni emergenti: cittadinanza e identità” insieme alla attivista iraniana Pegah Moshir Pour. Il tema dell’incontro gravitava intorno a quello degli “oltre due milioni di giovani che non hanno potuto votare”, perché immigrati in Italia ma senza cittadinanza. E che ovviamente avrebbero votato per la sinistra, negli auspici della Pour. A sostenere una politica del “tutti dentro!” le considerazioni della Gancitano: “L’identità italiana non esiste, è piena di tante lingue e culture diverse, e questa è la nostra ricchezza”. E non paga d’aver affermato questa solenne corbelleria, la Gancitano insiste nella detestabile eresia: L’identità italiana è un falso storico, ma è un puntello usato da certe forze politiche che va a toccare la paura della minaccia esterna. Dobbiamo invece capire che siamo interdipendenti dagli altri, e che non perdo il mio io quando mi relaziono con gli altri. L’Italia è sempre stata un luogo di attraversamento, e proprio noi italiani siamo stati erranti”. La logica dietro queste affermazioni è cristallina: se “non esiste” una identità italiana, allora non concedere la cittadinanza con ius soli e ius culturae a chiunque calpesti il nostro suolo a qualunque titolo è una crudeltà e una discriminazione.

Quanta pazienza allora serve allo storico per prendere carta e penna anziché la frusta (come diceva Nietzsche) e spiegare che quella cosa che “non esisterebbe” è talmente “non esistente” che il Europa gli italiani erano considerati “italiani” e cioè popolo a sé fin dagli albori del Medioevo. Tanto per fare un esempio, i Cavalieri di San Giovanni avevano i loro “capitoli nazionali” o “lingue”, e mentre per la Francia – nazione già unificata da lunga pezza – ne avevano tre differenti, per l’Italia – divisa in centinaia di Stati, feudi e staterelli – era considerata una patria unica.

E poi che dire di quel trito refrain delle “tante lingue” dell’Italia? Un birignao che può affermare chi non conosce la storia del nostro paese. Secondo costoro, il monaco francescano che nel XV secolo partiva da Assisi e andava a Gravina di Puglia a predicare, in che lingua si faceva capire dai gravinesi? In latino, forse? O faceva un corso full immersion di dialetto gravinese stretto prima di mettersi in viaggio?

Lo faceva in italiano standard. Un italiano forse rozzo – per tre secoli la “questione della lingua” ha appassionato la crema dell’intellettualità italiana – ma perfettamente intellegibile dalle Alpi a Capo Passero. Accanto a questo italiano, declinato, come Dante aveva ben inquadrato, in una dozzina di “volgari”, c’erano i dialetti. Dialetti spesso così legati al loro luogo da risultare inintellegibili da un paesino a quello accanto. Ricordiamoci anche che nella Serenissima gli atti pubblici erano vergati in italiano mentre per i rapporti diplomatici si usava il dialetto chiozzotto, affinché eventuali spie avessero difficoltà a capirli. E pensare che c’è ancora gente che crede che prima del de Sanctis al ministero dell’Istruzione gli italiani non si capissero fra loro… La verità storica, dunque, è che gli italiani sono sempre stati un popolo bilingue, coltivando una lingua nazionale e innumerevoli lingue locali.

L’Italia è sì dunque terra di identità (al plurale) ma con un collante unico di identità (al singolare) che è riconosciuto dal mondo. Un territorio ben definito dalle Alpi e dal mare, una religione unica, una lingua nazionale franca unica, un’architettura, un’arte, una musica, una storia caratterizzante… I tredici della Disfida di Barletta, per esempio, provenivano da quasi tutte le regioni d’Italia, da nord a sud: un lombardo, un romagnolo, tre laziali, un abruzzese, due siciliani, tre campani, un umbro e un toscano. Si sentivano italiani e venivano considerati tali da amici e nemici. Chissà come si capivano fra di loro, secondo gli ierofanti del “l’identità italiana non esiste”?

Il Risorgimento ha stretto sotto una bandiera politica italiani di ogni regione, che erano italiani pure prima che venisse inventato quel Tricolore. E non solo – come vuole l’interpretazione ideologica marxista – appartenenti alla “borghesia colta”, restando il popolo “estraneo”. Amatore Sciesa o Ciceruacchio non s’erano laureati alla Bocconi (e vivaddio!) così come l’eroico Giovanni Minoli, la piccola vedetta lombarda dodicenne che si fa ammazzare dagli austriaci per fornire ai soldati italiani informazioni sulla posizione del nemico.

I negazionisti di tutto questo, allattati dal capezzolo del marxismo culturale di Adorno, Horkheimer e Marcuse o del decostruzionismo di Foucault e Derrida lavorano alacremente per confondere e seminare zizzania fra italiani. Un lavoro facile, visto che fra i nostri tratti identitari c’è proprio il campanilismo e la faziosità. Ma la storia sta là granitica a dimostrare che essi sono nell’errore. Ed è per questo che s’affannano con cancel culture e “decolonizzazione” a cercare di farla sbiadire, di mistificarla, di sostituirla con una narrazione addomesticata ai loro scopi ideologici.

E dunque, cara Maura, è esattamente il contrario di ciò che vai sostenendo: non è l’identità una “invenzione di certe forze politiche”, ma è la “non-identità” degli italiani un’invenzione di “quell’altre forze politiche”. Che, per l’ennesima volta, com’è loro costume, devono barare per vincere.

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