Il negazionismo sull’Autonomia Differenziata fa male alla Basilicata

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Il modello dell’assistenza dipendenza ha reso il Mezzogiorno un luogo di sottosviluppo, aprirsi a nuove opportunità potrebbe significare
un’ inversione di marcia. Proverò, brevemente, a spiegarne i molteplici perché.

L’autonomia differenziata sta dividendo le forze politiche, sociali e imprenditoriali. Nel Mezzogiorno sembra prevalere un diffuso pessimismo rispetto a questo istituto costituzionale. Eppure il dibattito è antico e parte dall’art. 5 della nostra Carta:

“La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.
 Dire che l’Italia è una e indivisibile significa affermare l’indivisibilità dello Stato italiano in più Stati e quindi l’illegalità di ogni tentativo di rendere indipendente una parte di esso. Nello stesso tempo, però, questo articolo sottolinea l’importanza del decentramento amministrativo e dell’autonomia. Ciò equivale a dire che l’Italia è uno Stato unitario, ma non accentrato dal punto di vista amministrativo, e nel quale i cosiddetti enti locali, cioè le Regioni, le Province e i Comuni, svolgono un ruolo fondamentale. La valorizzazione di questi enti deve consentire una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica, in applicazione del così detto principio di Sussidiarietà.

All’epoca dei nostri padri costituenti l’istituzione delle Regioni, che pure venne completata solo negli anni Settanta, aveva anche lo scopo di contrastare i movimenti antiunitari (come quelli che, all’indomani della Seconda guerra mondiale, si svilupparono in Sardegna e in Sicilia). Si confrontarono tre modelli, quello liberale, quello cattolico e il centralismo di sinistra (socialisti e comunisti).

Ma veniamo a tempi più recenti. Al dibattito attorno ai temi della identità e dell’appartenenza ai territori. E’ infatti centrale il presupposto della valorizzazione delle identità, delle vocazioni e delle potenzialità regionali che determinano l’inserimento di elementi di dinamismo nell’intero sistema e, in prospettiva, la possibilità di favorire una competizione virtuosa tra i territori.

Dunque, il tema principale del dibattito sull’autonomia differenziata è comprendere se conviene alle Regioni meridionali il percorso legato agli orientamenti autonomistici o prevale l’idea di restare legate al vecchio modello dell’assistenza dipendenza. Cioè al continuo ricorso a risorse aggiuntive (sempre più rare) e ad una spesa a pioggia delle stesse? Alla fine della fiera: alla sterilità dei numeri minimi dei bilanci pubblici locali?

La storia ci ha insegnato che il secondo modello è stato disastroso. Ha prodotto un sistema drammaticamente perverso. Ha creato emigrazione, spopolamento e sottosviluppo. Ha ridotto il Mezzogiorno e la Basilicata a servizi pubblici sotto la soglia minima di efficienza.
Approfondire gli scenari di opportunità che discendono direttamente dalla Costituzione e dal suo Titolo V, oltre che dalla Legge 42/2009 di applicazione del così detto Federalismo Fiscale, nonché dalle nuove opportunità offerte dal governo Meloni, potrebbe essere particolarmente utile a comprendere come collocare il rapporto fra Regioni e Comuni da una parte e Stato centrale dall’altro.

In questa fase sono assolutamente prevalenti – nella comunicazione e nella vecchia politica pan sindacale – le voci di allarme sul disegno autonomistico, peraltro ispirate dalla maggior parte dei media, persino i Tg pubblici regionali del Sud, che sono nati da una spinta autonomista dei territori che ha coinvolto proprio l’organizzazione della Rai. Critiche arrivano anche dalle strutture di consulenza meridionali, come il Censis, portatrici di interessi legati al vecchio sistema della dipendenza esclusiva da risorse pubbliche. Molto dure sono anche le posizioni sindacali Non va negato, peraltro che lo stesso istituto del Reddito di Cittadinanza influenza, sul piano persino culturale, negativamente ogni spinta autonomista ed auto propulsiva. Più modeste sono le voci (come la nostra) che richiamano le radici politiche, costituzionali e appunto culturali del disegno autonomista.

Le Regioni e i Comuni meridionali meritano di poter disporre di analisi e valutazioni alternative a quelle oggi prevalenti:
1. Perché le scelte non riguardano operazioni di tipo congiunturale, ma operazioni strutturali (quale futuro per il territorio meridionale e le sue comunità)
2. Perché il disegno autonomistico non è l’espressione di parti politiche, ma nasce dalla Costituzione.
3. Perché chi contrasta il disegno costituzionale di autonomia tutela di fatto il modello attuale di dipendenza o in ogni caso l’assetto politico-istituzionale esistente.
Il nostro punto di vista è che si debba lavorare in funzione di analisi approfondite sui costi/benefici dei modelli di autonomia. In particolare:
Valutare quantitativamente i vantaggi economico-sociali derivanti dalla valorizzazione delle identità, delle vocazioni produttive, delle potenzialità di risorse ancora non utilizzate, dell’impiego delle nuove professionalità necessarie per garantire l’esercizio delle nuove funzioni, del Pil aggiuntivo che risulterebbe in Basilicata e nelle Regioni Meridionali (anche in città come Potenza e Matera) dalla regionalizzazione di alcune spese statali o da scelte come la valorizzazione dei bacini ambientali e delle eccellenze territoriali.
A stimare i vantaggi che possono derivare alle popolazioni meridionali dal decentramento delle sedi di offerta dei servizi.
A valutare, infine, l’impatto sull’economia e sulla cultura risultante dall’implementazione di modelli caratterizzati da regimi di maggiore responsabilità nella gestione delle risorse pubbliche e di maggiore produttività nell’impiego delle risorse disponibili, e dalle spinte di una competizione virtuosa fra territori del Sud e del Nord a diverso grado si efficienza.

La combinazione del pensiero liberale (Einaudi), di quello popolare (Sturzo) insieme alla presenza culturale e politica nei decenni scorsi della Lega di Umberto Bossi, ha prodotto gli esiti attuali del così detto decentramento. Mentre l’influenza centralista del pensiero più marcatamente socialista si è di più rappresentata in ambito sociale e culturale, con un’influenza nei modelli di comportamento politico e sindacale. Ma non è questo il tema del mio intervento attuale. Anche se molte delle ragioni del sottosviluppo del Mezzogiorno sono insite nel modello centralista. L’analisi storiografica della nostra Costituzione nel combinato disposto dell’art. 5 e del suo Titolo V ci porta a questa considerazione: siamo innanzi ad un decentramento bilanciato, attraverso un’autonomia marcata dei territori. Di più,  l’autonomia differenziata, per come si sta immaginando, trasferisce verso il basso ulteriori competenze. Il problema non è nella perdita di unità dello stato centrale o nel differenziale nella qualità di servizi erogati, che peraltro è già ampiamente e drammaticamente esistente fra Nord e Sud del paese. La questione si pone su due fronti. La garanzia costituzionale di poter prestare livelli equi di assistenza in ogni parte d’Italia. I cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni). E poi che ogni Regione abbia le risorse indispensabili per assicurare i servizi. A ciò aggiungerei la capacità di comuni, enti territoriali e regioni meridionali di dotarsi delle strutture organizzative, delle professionalità necessarie a garantire la richiesta di servizi e se possibile ad alzare la capacità di risposta. In ultima analisi si tratta di accettare una sfida che alza il livello culturale della pubblica amministrazione meridionale e rende Basilicata e Mezzogiorni protagonisti attivi del loro futuro.

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