Il reality Greta e la generazione “Soros”

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I martiri, a volte, finiscono per esasperare quando sono veri, figuriamoci se son fatti di cartone. Sic transit gloria mundi, anche Grettina l’ha fatta fuori dal vasino e il mondo nulareggaepiù La ragazza che sbraita ai potenti “come osate?” ma passa il tempo a concedere udienza ai potenti, clamorosamente snobbata ai congressi del’ipocrisia, che finiscono regolarmente come erano cominciati e cioè col nulla di fatto, con l’impegno ad aggiornarsi al prossimo vertice. Lei si agita, si indigna, s’impegna poi getta la spugna bio con grande ansietà: scende in piazza, dirige liberi assembramenti di coetanei, scandisce slogan fondativi come “mettetevi nel culo la CO2”, ma è tutto inutile: la sua credibilità è ormai ridimensionata a quella di uno Scanzi qualunque.

Per anni anche chi ragionava è cascato nella trappola mediatica, guardare il dito invece della luna: l’implausibilità di una ragazzina non scolarizzata, con problemi psicologici (puntualmente rimarcati, tutto serve a tenere su il brand), latrice di proposte che gli esperti veri considerano demenziali, vettore del neoqualunquismo del bla bla; la luna restava lontana, insospettata. La luna è che Greta, praticamente, non esiste. Non esiste per tre quarti di mondo. Non è niente per la gioventù, e non solo la gioventù, allevata nel rigido confucianesimo cinese; nello shintoismo nipponico; nell’immenso calderone africano; nella dura memoria della parte orientale dell’Europa; e, tutto sommato, del protestantesimo consumista americano. Greta c’è solo per la minoranza, relativa fin che si vuole ma evidente, della viziata classe adolescente europea occidentale, che le va dietro a colpi di “scioperi”, sguazzando nella somma incoerenza di chi vuole tutto ma a costo zero. Una generazione allevata sul libro dei sogni, che si stordisce con la sua proterva ignoranza.

Tutto il resto è bla bla. I due happening di potere in successione, il G20 dell’ottobrata romana e la Cop26 di Glasgow, erano due fallimenti annunciati per la semplice ragione che, prima o dopo, i nodi vengono al pettine e la morale della grande transizione verdastra è la seguente: che per inquinare di meno fra 50 anni, occorre inquinare di più oggi; e i subcontinenti in ascesa non rinunceranno mai alla loro parte di progresso, di benessere e di scorie. Tutto già detto, tutto già scritto, per le dotte analisi le fonti ci sono e come e non è questa la sede per reiterarle. Greta, sovraesposta in misura paradossale, altro non era che il simbolo di una improvvida generazione S, che non sta, come si potrebbe sospettare, per “Sciocchina” ma per “Soros”. L’hanno lasciata pontificare su ambiente, energia, capitalismo (da abbattere, è chiaro), aborti (“ce ne vogliono di più”), gender, razzismo, geopolitica (“Votate Biden”), religione, sociologia, vaccini, poi l’hanno ricondotta ab ovo: i potenti non mi ascoltano, non c’è più tempo, non mi hanno invitata al vertice, blablabla. Ma bla bla bla lo puoi cantare solo se sei Iggy Pop.


Una overdose di petulanza che ha finito per sbomballare anche i più volonterosi –
mentre altre figure postpuberali, più esotiche, più politicamente corrette, e perfino più insopportabili, salgono, fatalmente, per la dura legge del mercato, a insidiarle la leadership: ormai il reality è scoperto, e, come ogni format, a gioco lungo non lo segue più quasi nessuno. Greta è la sacerdotessa di un culto che si è bruciato in un tempo compresso, come lo coglie il filosofo Harmut Rosa, una Masaniella dilaniata da se stessa o da chi l’ha costruita, incapace di crescere, di evolversi. I consulenti all’immagine hanno tentato di aggiornarla, via le treccine da Pippi ambientalista, un aspetto più scarmigliato, confacente ai 18 anni che però non riesce a trasmettere, sembra sempre ferma ai 12 dell’inizio, sorta di Dorian Greta in salsa verde. Non aveva niente da dire, ha intossicato l’Europa di anidride carbonica verbale, anatemi, ha personalizzato una questione globale con accenti inverosimili (“Posso vedere la CO2 nell’aria”) e adesso non la filano più, non la invitano più e quel suo ballare sul mondo ha assunto un che di grottesco, perfino di tragico. Se davvero la sua mente è fragile come ci hanno ricordato, a scopo di ricatto, in ogni occasione possibile, allora avrà bisogno di qualcuno davvero sensibile, non dei soliti squali, per gestirne la ridiscesa negli inferi della normalità, di un anonimato progressivo. Già ora lei manifesta insofferenza pure verso la madrepatria, la Svezia che – tanto per cambiare – non l’ascolta, non si rende conto eccetera. Capricci infantili per un mondo infantile.
C’è un bel libro, che naturalmente ha avuto poco riscontro, di Francesco Cataluccio, “Immaturità. La malattia del nostro tempo”, che con dovizia illustra il vero virus del Novecento, la tendenza a ridurre tutto a una dimensione favolistica, dunque buonista, politicamente corretta e quindi irrisolvibile; la rimozione forzata di problemi immani, esorcizzati con due slogan in croce e qualche figurina del presepe globalista. Greta ha rappresentato la risacca, l’onda lunga arrivata fino al secolo seguente, che oggi lascia, al suo ritrarsi, detriti di logica, di soluzioni praticabili, di problemi inevasi. Usque tandem? Ma se c’è un effetto positivo di questi vertici commerciali e gastronomici hanno dimostrato, sia pure per eterogenesi dei fini, è l’assurdità di tenere calde le problematiche complesse affidandosi all’evanescenza dei ragazzini bercianti nella cialtronaggine dei “potenti” che fingono di ascoltarli mentre annaspano e spostano le soluzioni avanti di mezzo secolo, settant’anni, “a piazèr”, come diceva Monica Vitti dei crauti, lasciando che se ne incarichino le contingenze, la ricerca, lo sviluppo spontaneo, le necessità di un mondo che non vive, altra semplificazione puerile, sul grande reset orchestrato da pochi grandi vecchi ma sull’immenso casino di spinte, potentati, opportunità e ragioni contraddittorie, confliggenti, cangianti che alla fine, per Provvidenza o per convenienza, l’interesse del macellaio, una soluzione praticabile riescono sempre a trovarla.

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