Stella Gasparri: “io, mio padre e il fotoromanzo, identità italiana”

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Stella Gasparri è una protagonista del teatro e del cinema, che al contrario di molti non si vergogna a ricordare di essere figlia d’arte. “A un certo punto mi ero ripromessa che non avrei più fatto interviste su mio padre, ma mi sono dovuta ricredere, perché il tempo passa e il ricordo va sempre sostenuto, sennò c’è il rischio che sfumi”, ci confessa. In effetti, tra uno spettacolo teatrale e l’altro, tanto doppiaggio ed esperienze cinematografiche, Stella Gasparri porta avanti da sempre la memoria di Franco Gasparri, attore di fotoromanzi e film polizieschi degli anni ’70.

Altro che stories da social vendute come reali in un’epoca dove impera la superficialità dei falsi artisti: i fotoromanzi richiedevano attori veri, capaci di trasmettere emozioni con una mimica facciale e fisica immediate.

Stella Gasparri lo ha saputo ricordare con un documentario su suo padre (morto nel 1999) trasmesso anche sulla Rai nella produzione di Giovanni Minoli, e una mostra fotografica del 2019 che non hanno indagato solo sulla figura di Franco Gasparri, ma anche sulla storia degli stessi fotoromanzi in Italia: “Mi interessava comprendere il fenomeno di divismo che si era scatenato intorno a lui e il mondo da cui tutto era scaturito”. L’abbiamo intervistata, pochi giorni dopo l’annuncio della nuova stagione teatrale che la vedrà impegnata in Inimitabili, di cui è stata voce narrante anche nella versione televisiva su Raitre.

Stella, partiamo dalla qualità di tuo padre che ti è rimasta più nel cuore.

Amava la vita: era entusiasta di tutto ciò che faceva, a partire dalle relazioni con le persone, dal piacere nel mangiare, nello sport. Era timido ma amava stare con gli altri e sorprendersi di tutto ciò che aveva intorno. Non dava nulla per scontato e viveva fino in fondo quanto gli accadeva.

Franco Gasparri

Il fotoromanzo è diventato un genere cult di quel periodo: cosa insegna alla nostra epoca?

Anzitutto va detto che il fotoromanzo è qualcosa di tipicamente identitario nella nostra cultura italiana, nato nel dopoguerra ereditando una narrazione che arrivava dalla letteratura, con un’impronta in più per le scene fotografate e i suoi attori. Noi quindi abbiamo ereditato dal fotoromanzo un modo di raccontare storie attraverso diverse puntate. Terminato quel periodo, infatti, sono nate le stesse cose in video, con le soap opera, le serie tv…

Oggi se di una attrice si esaltasse anzitutto la bellezza, si leverebbero le proteste del politically correct. Eppure tuo padre, peraltro in piena epoca femminista, veniva etichettato senza remore soprattutto come “il bello” di turno: allora tutto questo patriarcato non c’è mai stato…

Credo che in effetti i movimenti femministi amassero l’immagine di mio padre anche perché non portava con se una eco di machismo: aveva tratti delicati e angelici che lo rendevano un idolo. Certo, oggi bisogna stare attenti a come si parla, forse perché non lo si è fatto abbastanza precedentemente, quindi si esagera in altro senso. Spero che, come sempre, toccare punti estremi

serva a trovare presto un equilibrio nella società. Lui stesso partecipava a lotte per emancipazione sociale, non solo femminile.

In che modo?

Intercettava il periodo di cambiamento e voleva essere presente anche come attore, esprimendo così le sue emozioni. Per questo cercava anche di fare proposte sulla sceneggiatura delle storie, che nel frattempo si evolvevano rispetto agli esordi del fotoromanzo. Cercava di portare istanze sociali e politiche anche nelle storie: non dovevano parlare solo d’amore insomma.

Lui come viveva il rapporto con la sua bellezza?

Si rendeva conto che anche grazie all’aspetto fisico era entrato prepotentemente sulla scena, ma il suo obiettivo era essere un bravo attore. Ci teneva a sottolinearlo ovunque andasse, anche in quelle rare apparizioni televisive ribadiva di volere diventare un bravo attore.

Bell’insegnamento anche per chi oggi pretende di fare successo come influencer senza talento. È più coraggioso tentare la carriera di artista all’epoca di tuo padre, quando forse c’erano meno possibilità e più mistero intorno al mondo dello spettacolo, o oggi che se ne conoscono gli effetti collaterali, nel bene e nel male?

Oggi ci vuole senz’altro molto coraggio ma, a proposito, ci vuole anche coraggio a proporsi senza saper fare nulla! Negli anni ’70 però non credo ci fossero meno possibilità, al contrario: c’erano già finestre casuali che si aprivano a sconosciuti. Il Neorealismo cercava attori per strada: consuetudine che oggi pochi registi hanno conservato. Oggi è diventato più importante avere un biglietto da visita come la frequenza di una certa scuola o il lavoro al fianco di nomi importanti. Però spesso è una grande fatica…

Da attrice e doppiatrice, come ti poni davanti a tanti doppiaggi che arrivano solo grazie alla popolarità e senza nessuna esperienza attoriale?

Quando si ragiona con le leggi del mercato, non resta che accettare quello che viene proposto.  Alcuni riescono a essere anche bravi, pur senza essere attori, perché viene loro dedicato del tempo: è importante essere guidati bene, oltre ad avere talento. Il problema è proprio che c’è sempre meno tempo per farlo, quindi bisogna dare il massimo per quella finestra che si apre nell’occasione da sfruttare. Ma la popolarità resta il meccanismo del mercato, non si può fare altro…

L’amore per la recitazione te lo ha trasmesso tuo padre?

Penso di sì, implicitamente: mi sono sempre interrogata su questa cosa, perché penso che anche dal punto di vista genetica ci sia un’inclinazione, sennò non si spiegherebbe l’attitudine di molti figli di attori a seguire le stesse orme. Forse c’è anche la possibilità di avere osservato qualcosa di estremamente interessante. È un mondo molto ricco anche iconograficamente: ero molto piccola, ma quello che si respirava intorno a me, sicuramente mi ha condizionata.

Inimitabili che esperienza è per te?

Sono stata contattata per questa bella trasmissione da persone con cui lavoro da anni, per incidere schede che impreziosissero il racconto di queste personalità storiche. Successivamente ho conosciuto Edoardo Sylos Labini e mi sono trovata subito in sintonia. Ho capito che c’era una novità in corso e ha saputo trasmettermela subito: ha un entusiasmo che dal suo canto è davvero inimitabile. Sono felice di collaborare con lui e spero di farlo per il maggior tempo possibile, a cominciare già dalla prossima stagione teatrale.

Un sogno nel cassetto?

Portare sugli schermi la storia di mio padre, che si presta a essere raccontata come un film.

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