Italo Balbo ovvero il Cavaliere del Cielo

0
Unknown author / Public domain

Ottant’anni fa moriva il Maresciallo dell’Aria, Italo Balbo (ve ne abbiamo parlato anche qui). Come scrive Marcello Veneziani “…un mito in America e nel mondo dopo le sue temerarie trasvolate dell’Atlantico”, raggiungendo una popolarità che “insidiò quella del Duce, che a un certo punto lo mandò in Libia come governatore”. Oggi ricordiamo il Maresciallo dell’Aria proponendovi l’articolo di Giovanni Vasso pubblicato sul numero di aprile di CulturaIdentità (Redazione)

Tra storia e leggenda, si racconta che un fin troppo zelante funzionario dell’Ambasciata italiana in America, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, chiedesse al sindaco di Chicago di “cancellare” l’intitolazione di una strada al Grande Capo Aquila Volante. E che il sindaco, sbigottito, gli abbia risposto: “Perché? Italo Balbo non ha forse trasvolato l’Atlantico nel ‘33?”.

Siamo rinchiusi in casa, con l’illusione d’avere il mondo a portata di mano. Il maledetto virus, vigliacco, ci ha confermato quanto fossimo in errore. Impossibilitati a uscire, anche conquistare il pianerottolo ci risuona quale atto di forza e coraggio. Il senso di conquista, non per forza sinfonia militaresca, non può prescindere dall’esperienza fisica: avere la possibilità di chattare, a ogni ora del giorno e della notte, con qualcuno in Perù non sarà mai come salire sulle Ande.

Italo Balbo non fu (solo) una personalità di spicco del regime fascista. Fu, probabilmente, uno degli ultimi esploratori, capace di lanciarsi in imprese che, ben presto, ne fecero una celebrità internazionale, costringendo Benito Mussolini a confinarlo, promoveatur ut amoveatur, governatore nella Libia.

Fosse stato docile e quieto, Balbo sarebbe passato alla storia, sì, ma occupando solo qualche pagina locale: il ras di Ferrara, dove era nato nel 1896. Invece non ebbe mai esitazioni a schierarsi, a lottare, a esplorare. Folgorato dai futuristi, in politica divenne più “realista”, ma non tradì mai quell’impostazione “filosofica” nell’approccio alla vita. Dopo aver rimesso ordine alla Milizia, poteva fare il boiardo di Stato. Invece, all’Arma azzurra, decise di celebrarne alla grande il decennale con la crociera nord-atlantica: Orbetello, Chicago, New York, Roma.

Un precedente italiano c’era già stato: nel ’30, un’altra crociera aerea guidata da Italo Balbo aveva collegato l’Italia al Brasile. Prima ancora, nel ’27 e nel ’28, due “crociere” furono celebrate nel Mediterraneo, l’una a Ponente, l’altra a Levante. Eppure sarà quella americana a consacrare, nel mondo, il mito di Italo Balbo. Le otto squadriglie, composte da 25 idrovolanti Savoia Marchetti, si alzarono in volo il primo luglio e raggiunsero l’Esposizione Universale di Chicago il 15 luglio. L’atterraggio di Balbo e dei suoi scatenò un entusiasmo generale. Chicago e gli Stati Uniti furono grati all’impresa dei trasvolatori italiani. La città cambiò nome alla 7th Avenue, che prese ora il nome dal comandante ferrarese alla cui impresa, poi, fu dedicato un monumento. Gli indiani Sioux, persino loro, vollero incontrare Balbo: il capo Blackhorn gli conferì un copricapo piumato e il titolo di Grande Capo Aquila Volante. Roosevelt volle riceverli alla Casa Bianca e quando il corteo arrivò a New York, in loro onore, si tennero parate e cerimonie.

In quello stesso anno, nel ’33, uscì al cinema il film-documentario “Mussolini speaks”, dello scrittore Lowell Thomas, che fece salire alle stelle la simpatia degli americani verso l’Italia. Fu un’operazione straordinaria, quella. Oggi si chiamerebbe di soft power: senza torcere un capello a nessuno, s’ebbe a ristabilire prestigio e orgoglio, nazionale e internazionale. A maggior ragione in America; si pensi che solo un pugno di anni prima a essere italiani, negli Usa, si rischiava grosso: persino di morire, innocenti, su una sedia elettrica: come Sacco e Vanzetti nel ‘27.

La trasvolata diede tanto all’Italia e moltissimo a Balbo. Che, in politica (specialmente estera) aveva idee dissonanti rispetto a quelle del capo del Fascismo. Temendone il prestigio, Mussolini lo spedi in Tripolitania e Cirenaica dove l’Aquila Volante, che rispolverò dalle sabbie del deserto i tesori antichi della grecità e della romanità, riuscì a lavorare per la modernizzazione del Paese, a richiamare con successo le famiglie di coloni italiani e a tessere finalmente un dialogo con le popolazioni locali, lo stesso che la brutalità della repressione organizzata dal generale Rodolfo Graziani sembrava aver reciso per sempre. L’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno del 1940, la visse da voce fuori dal coro. Come s’era ribellato alle leggi razziali, così aveva tentato di farsi portavoce della neutralità. Eppure dovette accettarlo.

Morì pochi giorni dopo a Tobruk, il 28 giugno dello stesso anno, quando un colpo disgraziato della contraerea italiana centrò il velivolo sul quale stava rientrando in Libia. Insieme a lui perse la vita Nello Quilici, amico di una vita, a cui aveva affidato la direzione del giornale Corriere Padano che aveva fondato. La vedova di Balbo non si rassegnò alla disgrazia e come lei furono (e sono ancora…) in tanti a leggere come un delitto quello che sembrò a tutti un tremendo, doloroso e beffardo equivoco di morte

SOSTIENI LA NOSTRA VOCE LIBERA