La notte e i coltelli, Milano sempre più pericolosa

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Milano, sabato notte. Ancora sangue fra le vie della movida: questa volta è toccato a 5 giovani ragazzi, uno dei quali quindicenne, accoltellati a distanza di poco tempo nelle vicinanze di Corso Como. Uno di loro è in gravi condizioni, ma non dovrebbe essere in pericolo di vita. Dalle prime ricostruzioni e testimonianze gli aggressori avrebbero agito in gruppo, e molti di loro sarebbero di origine nordafricana. Ora starà agli inquirenti stabilire possibili connessioni fra i singoli episodi.

Una situazione avvilente, che restituisce l’immagine di una Milano degradata e in piena emergenza sicurezza.

Proprio la scorsa settimana avevamo avuto modo di parlare di questa tematica (https://culturaidentita.it/no-ministro-non-e-solo-limmigrazione-e-il-sistema/), stupiti dalle dichiarazioni del ministro Lamorgese, che, smentendo ogni connessione con il problema immigrazione, aveva semplicemente annunciato l’arrivo di ulteriori unità di polizia per contenere l’escalation di violenze.

Che le forze dell’ordine possano rappresentare una risposta al problema non lo mettiamo in dubbio, nonostante non sembrino mancare affatto nella città manipoli di poliziotti e carabinieri pronti a sventare ogni possibile minaccia eversiva rappresentata dalle legittime manifestazioni no green-pass.

Non è questa la sede per muovere accuse alle nostre Forze dell’Ordine, né si vuole sminuire il loro operato, ma un loro incremento non può che essere un tampone momentaneo rispetto ad un problema più serio e profondo, di cui nessuno sembra volersi assumere le responsabilità.

Di certo non sono gli immigrati sbarcati a Lampedusa a causare direttamente le violenze e le aggressioni meneghine di questi giorni, ma, dati alla mano, una riflessione più approfondita pare necessaria.

Nonostante gli stranieri censiti in Italia corrispondano all’8,4% della popolazione residente (5 milioni c.a.), la responsabilità di crimini e delitti loro ascritti supera il 30% del totale, secondo dati ISTAT (http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCV_AUTVITTPS), con una propensione al crimine maggiore di 4,7 volte rispetto a quella dei cittadini italiani.

In particolare, a Milano, la percentuale delle denunce contro stranieri arriva al 57%, a fronte di una popolazione di stranieri regolari che incide per il 20% sul numero totale della popolazione milanese (studio del Sole 24 Ore: https://lab24.ilsole24ore.com/indice-della-criminalita/).

Non è quindi possibile liquidare così semplicemente il problematico binomio criminalità-immigrazione, limitando il tutto a un semplice problema di “percezione”, come il mondo della sinistra ha spesso affermato. Oltre al fatto che la “percezione” rappresenti comunque un dato importante e quindi da non sottovalutare nella valutazione delle condizioni reali di vita dei cittadini, di pensionati impauriti al solo pensiero di girare soli per le vie della propria città, di genitori spaventati al pensiero di vedere i propri figli tornare a casa pestati e derubati, i dati sembrano comunque smentire questa tesi volta a sminuire il problema.

Piuttosto è necessaria una seria riflessione sul tema dell’immigrazione e sulle reali capacità del nostro Paese in termini di gestione del fenomeno.

Non che ogni straniero rappresenti una minaccia, un problema, un carico sociale, ma può certamente diventarlo nel momento in cui non gli si possa garantire un futuro degno, la cui unica alternativa è rappresentata, appunto, dalla criminalità.

La logica dell’accoglienza indiscriminata in virtù di un umanitarismo totalizzante, che pare voler cancellare anche la più banale distinzione tra profughi e immigrati economici, è la causa più profonda di questa situazione.

Spesso sprovvisti di competenze tecniche e professionali, gli immigrati finiscono tante volte fra le grinfie di associazioni criminali, con l’unico obiettivo di uno sfruttamento a costo quasi nullo nelle campagne. Nelle città, sprovvisti di qualsiasi cultura del lavoro, corrono il rischio di finire preda di grosse aziende e multinazionali come manodopera pagata a stipendi così bassi e competitivi, senza alcuna garanzia sindacale, da costringere anche i lavoratori di nazionalità italiana ad adeguarsi al ribasso per poter lavorare.

Spesso relegati in contesti periferici, privi di sbocchi lavorativi che possano portare stabilità,  lo spaccio, la delinquenza, i furti e le rapine diventano necessario strumento del pane quotidiano. Spesso provenienti da culture diverse, di religioni diverse, di lingue diverse, la loro concentrazione in ambienti marginali rischia di diventare una bomba pronta ad esplodere, nell’incompatibilità della convivenza fra elementi spesso poco scolarizzati e inclini al confronto con la diversità.

E al problema dell’immigrazione, si somma poi quello dei cosiddetti “italiani di seconda generazione”, ovvero figli di immigrati, con cittadinanza italiana. Cresciuti quasi sempre nelle periferie, lontani dai ricchi quartieri del centro, in un contesto non stimolante e privo di opportunità, di luoghi di aggregazione sociale positiva, in cui la legalità non viene contemplata nella scala dei valori, la sorte delle loro vite, se non segnata, è sicuramente indirizzata in partenza verso situazioni precarie. Mondi periferici in cui l’assenza dello Stato viene riempita dalla legge del più forte, dall’esclusiva ammirazione per il guadagno facile, a prescindere dal metodo, non possono che portare ad episodi come quello di Milano.

L’unica triste speranza sembra essere rappresentata dal fatto che, forse, se il problema, per una certa parte politica, risultava fino a ieri irrilevante perché relegato a contesti cittadini lontani dai propri sontuosi palazzi, oggi queste violenze sembrano colpire indiscriminatamente ogni quartiere cittadino.

È ora di agire, dal profondo: si torni a ragionare sulla concreta realtà, si abbandonino i mondi felici e arcobaleno dell’inclusione coatta.

Ne va del nostro futuro.

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