Da Masaniello ad Ezra Pound, i mille volti di un Pulcinella controcorrente

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Pigro, indolente, negligente ed opportunista, ma anche ironico, ingordo, sfrontato e chiacchierone. Abilissimo a sottrarsi alle prevaricazioni ed alle prepotenze di ricchi e potenti dei quali odia l’avarizia. Pulcinella è l’anima del Carnevale partenopeo da secoli, il suo nome stava per “piccolo pulcino” e rimandava alla sua voce stridula e, solo in seguito, alla forma della maschera. Il suo naso aquilino, il volto rugoso e gli occhi sottili ricordano il volto di un gallinaccio nero. Introdotta soltanto dopo il XVI secolo quando il personaggio divenne, grazie a Silvio Fiorillo, a Napoli, uno dei protagonisti indiscussi della Commedia dell’Arte. Tra gli interpreti che hanno indossato magistralmente la maschera dello zanni napoletano, Mariano Rigillo. Volto noto del cinema (“Il postino”, “Bronte”, “Il soldato di ventura”) e indiscusso protagonista del teatro italiano. Indimenticabile il suo “Masaniello” del 1974. Rigillo traccia un solco nel teatro napoletano degli anni ’70. Nella sua immensa carriera si cimenta con la grande drammaturgia da Viviani, a Shakespeare, Moliere, Brecht, Pirandello, fino a Goldoni. Senza sottrarsi mai alla sua personale visione dell’attore “metamorfico”.

“’O Paparascianno” di Antonio Petito è la farsa con cui ha avuto l’occasione, qualche anno fa, di confrontarsi con la maschera di Pulcinella. Cosa significa per un napoletano indossarla?

Si tratta di un personaggio rivoluzionario, un simbolo d’identità popolare. È quella parte di Napoli che ognuno di noi ha dentro di sé senza averne coscienza. A me riporta giovanissimo, sul finire degli anni quaranta, una domenica mattina con mio padre. Devo a lui la mia passione per il teatro. Mi portò a vedere “O munaciello dint’a casa ‘e Pulecenella” di Antonio Petito al mitico Cinema Teatro Diana al Vomero. Ad interpretarlo Salvatore de Muto. Ultimo grande Pulcinella storico del teatro napoletano, che la passione e la necessità in quegli anni di miseria, costringeva eroicamente ancora a calcare le scene. Mio padre volle poi condurmi in camerino da don Salvatore e lì fui sorpreso di avere di fronte la figura di un attore ormai anziano. Mi sorrideva con la maschera (“‘a meza sola” come diciamo noi in gergo teatrale) sollevata sulla fronte, non l’ho mai dimenticato. Lo guardavo stupito e affascinato. Quella energia che aveva sprigionato sulla scena, nonostante gli anni e la fatica era la forza del teatro. Pochi istanti prima piroettava sul palco come un ragazzino ora, stanco e affaticato mi sorrideva appena. Quella scoprii, solo in seguito, era la potenza della maschera e la misteriosa forza metamorfica.

Tra i suoi spettacoli più fortunati c’è il Masaniello di Elvio Porta e Armando Pugliese del 1974. Nella sua personale interpretazione dell’eroe rivoluzionario c’è molto della maschera di Pulcinella

La sua rivoluzione era una pulcinellata. In Masaniello si scherzava cinicamente su argomenti seri come la rivoluzione. Ho cercato di trasferire una connotazione farsesca nei gesti e nel carattere del personaggio. È stato un Masaniello sfottente, vitale e intrepido.

Agli inizi della sua carriera voleva fortemente essere un attore classico. Come è tornato in contatto con la sua napoletanità?

Ho iniziato, sul finire degli anni cinquanta, frequentando il teatro universitario, non c’erano vere e proprie scuole a Napoli. Avevo l’ambizione di recitare soltanto “in lingua”, come diciamo noi in dialetto. Non volevo far capire sul palco di essere napoletano. Poi l’incontro, nel 1967, con Giuseppe Patroni Griffi mi riportò alle mie radici. Recuperai la lingua napoletana con un grande autore, Raffaele Viviani. Ho scoperto così l’importanza di non dimenticare da dove provengo. Il teatro napoletano resiste ancora, tra i pochi teatri in Italia che preserva una tradizione. Il solo ancora vivo con una produzione autoriale che si rinnova.

Sta lavorando a nuovi progetti?

Ho tante idee e una grande voglia di ricominciare. Soprattutto di non abbandonare progetti che avevo messo in scena prima del lockdown e che meritano di essere portati avanti. In particolare, lo spettacolo “Ezra in gabbia” scritto e diretto da Leonardo Petrillo. Con me in scena, la mia compagna Anna Teresa Rossini

Uno spettacolo coraggioso che intende riabilitare la figura del poeta Pound

È stata una provocazione, un riscatto nei confronti di un grande autore ingiustamente censurato. In questa pièce tentiamo di rendere omaggio alla sua straordinaria opera letteraria. Il testo è basato sulle sue ossessioni: ossessione per la giustizia, per la libertà, Anna Teresa Rossini legge alcuni dei brani più significativi dell’opera dello scrittore. Io chiuso in una gabbia ripercorro la sua terribile prigionia. Arrestato dai partigiani nel 1945 perché fascista e consegnato agli americani, che lo rinchiusero in un campo di prigionia vicino Pisa, in una condizione disumana. In seguito, trasferito negli Stati Uniti nel manicomio criminale di Saint Elizabeth, accusato di alto tradimento, dove rimase ben 13 anni: il buco dell’inferno, abitato dalle urla e dalle bestemmie di persone con le braccia legate da camicie di forza.

I suoi Cantos sono sconosciuti al pubblico. Come hanno reagito gli spettatori?

Abbiamo avuto reazioni più che positive. Il pubblico ha dimostrato attenzione e curiosità per un poeta per troppo tempo dimenticato. Sono profondamente attratto dalla grandiosità della sua lirica ed è questo che intendo evocare. Il personaggio che interpreto in modo epico, non didascalico, è un uomo che torna in pubblico per farsi giudicare dalla platea per i suoi presunti “reati”. Sulle tavole del palcoscenico celebriamo il processo che Ezra non ebbe mai. Colpevole o innocente. Essere liberato oppure no da quella gabbia, a giudicare sarà finalmente il pubblico.

La pandemia e le scelte del Governo hanno letteralmente messo in ginocchio i teatri. Chiusi da mesi e con l’incertezza di un futuro determinato dall’andamento della curva dei contagi. Luoghi penalizzati ingiustamente e che meritano di essere riaperti al più presto

Non hanno capito un bel niente. I cosiddetti ristori sono stati dei meri palliativi. Hanno sostenuto le strutture e i gestori dei teatri. Hanno dimenticato, invece, i singoli artisti, i singoli tecnici e macchinisti. Coloro che lavorano a replica. Fermi da un anno ormai e che vivono un profondo dramma legato alla sopravvivenza quotidiana. Questo è il vero problema da porsi nel mondo dello spettacolo dal vivo. Il contributo una tantum è servito a ben poco.

Teme che il pubblico si disaffezioni al teatro?

Di questo non ho assolutamente timore. Anche il pubblico sente la mancanza di questi luoghi. Il teatro è condivisione, è il rapporto tra uomo e uomo. Ecco perché non potrà mai morire. È uno scambio di emozioni tra l’interprete e lo spettatore a cui non saremo mai pronti a rinunciare.

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