Mario Draghi: l’euroinomane di Bruxelles

2
Pixabay

Altro che salvatore della Patria, è il colonnello dell’ordine neo liberista

Era nell’aria da tempo. E nel 2021 è divenuto realtà. Alludo all’incubo di Mario Draghi – il più impenitente degli “euroinomani” – Presidente del Consiglio. Mario Draghi, uomo dei mercati par excellence, benché venisse a reti unificate celebrato e quasi beatificato come defensor pacis e salvatore della patria nel suo momento più buio, era ancora una volta un “colonnello” dell’ordine neoliberista. Su quale dovessero essere il reale orientamento di Draghi e la sua linea economico-politica, nonostante l’entusiasmo delle masse adeguatamente manipolate dallo spettacolo giornalistico e televisivo permanente, non lasciava dubbio alcuno il suo cursus honorum. Draghi, infatti, fu dapprima uomo di punta presso il gruppo bancario Goldman Sachs e poi presso la BCE (a sua firma era, per inciso, la lettera che nel 2011 la BCE stessa inviò al governo italiano pretendendo riforme liberiste e tagli alla spesa pubblica). Si concesse anche una fugace epifania a bordo del panfilo Britannia, nel 1992, allorché gli ierofanti del nuovo ordine liberista post-1989 decisero strategicamente la privatizzazione integrale dell’Italia.

A certificare quale fosse la reale mission di Draghi fu, poi, il suo primo discorso in Senato, il 17 febbraio del 2021. Significativamente assente fu ogni riferimento, anche solo tangenziale, alla Costituzione. Era, con tutta evidenza, un altro il riferimento valoriale di Draghi, come peraltro l’ex uomo di Goldman Sachs non mancò di segnalare con un triplice richiamo: a) il neocostituito governo – asserì Draghi – nasceva nel solco dell’appartenenza all’Unione Europea e, insieme, sotto il segno dell’adesione fermissima alla NATO e all’ordine atlantista; b) quante, tra le forze politiche parlamentari, avessero sostenuto il governo avrebbero per ciò stesso condiviso il teorema dell’irreversibilità dell’Euro come moneta unica e, in realtà, come metodo di governo liberista nel Vecchio Continente (me ne sono più estesamente occupato nel mio studio, scritto con Silvio Bolognini, Il nichilismo dell’Unione Europea); c) nel quadro del nuovo ordine della UE, gli Stati nazionali avrebbero dovuto cooperare mediante ulteriori cessioni di sovranità, secondo il ben noto fondamento della zelante opera di de-democratizzazione dell’Europa attuata per il tramite del transito della decisione dai parlamenti nazionali ai consigli di amministrazione, alle tecnocrazie e a enti bancari (BCE) saldamente postnazionali e postdemocratici.

Si trattava, a rigore, del terzo colpo di Stato subito dall’Italia nel quadro post-1989: dopo quello giudiziario di Mani Pulite (1992), teso a rinnovare la classe politica in chiave liberista e in coerenza con il nuovo ordine successivo alla caduta del Muro, e dopo quello tecnico-finanziario del governo Mario Monti (2011), volto a imporre le riforme “lacrime e sangue” della UE, era giunto il momento di una nuova svolta autoritaria, che mettesse a frutto la narrow window of opportunity – secondo la formula di Klaus Schwab – dell’emergenza epidemiologica. Così si spiega, in sintesi, il colpo di Stato legato al governo di Mario Draghi: il popolo italiano, che nel 2018 aveva con democratiche elezioni espresso la propria preferenza per forze orientate al recupero della sovranità nazionale e all’opposizione al globalismo liberista, si trovava ora al governo – senza essere più tornato alle urne – il nume tutelare della desovranizzazione e del liberismo. L’uomo che al meglio rappresentava gli interessi e la visione del blocco oligarchico neoliberale si trovava ora al comando secondo modalità che, comunque le si vogliano intendere, rappresentano un caso da manuale di trionfo autocratico della decisione sovrana dei mercati e dei loro gruppi in aperta antitesi con le scelte operate dal popolo sovrano. Propongo di appellarlo, senza perifrasi, un golpe finanziario o, gramscianamente, un exemplum di “cesarismo” tecnico-finanziario. L’opposizione stessa, peraltro, era del tutto disarticolata mediante il nuovo governo “di unità nazionale”, appoggiato dal quadrante destro come dal sinistro, egualmente trasformati senza riserve in maggiordomi del potere finanziario transnazionale, poco importa se in livrea di color bluette (a destra) o di color fucsia (a sinistra). Le stesse forze che avevano dato vita al “laboratorio” populista e sovranista del governo giallo-verde, durato dal marzo del 2018 all’estate del 2020 e incessantemente avversato dai pretoriani dell’ordine euro-atlantista, erano ora saldamente al servizio del nuovo governo di Mario Draghi, salutato come “il male minore”, quando non direttamente celebrato, con toni inavvertitamente comici per l’accento servile, come un “fuoriclasse” per le sue competenze.

ABBONATI A CULTURAIDENTITA’

2 Commenti

  1. Ineccepibile. Quindi esiste qualcun altro che queste cose le vede! Pensavo di essere l’unico cane che vede i colori.
    Cmq manca un pezzo: quello relativo alla gggente (gente comune, semplici Tizi e Caii e Semproni) che ha appoggiato questi golpe, tutti e tre. Dopotutto i golpe hanno successo solo se in fondo in fondo essi sono sostenuti/accettati dalla popolazione. Cioè l’Italia è in maggioranza convintamente manettara socialista eurocratica e servile. In fondo questo lo sappiamo, lo vediamo ogni giorno. Chi ama l’Italia, Paese libero e sovrano non può che sperare che questa Italia bruci fino a consumare tutti e tutto. Tanto non c’è nulla da salvare.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui