The Cage di Zanin: “Con l’Mma la protagonista trova la libertà”

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Una scena da "The Cage. Nella Gabbia"

Esce il 22 febbraio nei cinema The Cage – Nella Gabbia, il nuovo film di Massimiliano Zanin, distribuito da Rodeo Drive e prodotto con Wave Cinema, Fairway Film e Rai Cinema. La pellicola è uno sport movie che vede al centro della storia una ragazza, Giulia (Aurora Giovinazzo), ex promessa dell’MMA femminile che ha dovuto cambiare vita in seguito a un incidente proprio in quella “gabbia” da combattimento. Impegnata in uno zoo per la cura di animali recuperati dal commercio illegale, Giulia continua a sentire fortemente dentro di sé il richiamo verso il ring, per tornare a sfidare la sua acerrima rivale, Beauty Killer. Il fidanzato Alessandro (Brando Pacitto) non è d’accordo, ma si troverà a scontrarsi con i desideri di libertà di una ragazza che vuole sentirsi veramente libera.

Massimiliano Zanin

Un film toccante, intenso, vero, dai molteplici significati, dove sport e morale si incontrano confermando di essere lo stesso mondo. Ne abbiamo parlato con lo stesso Massimiliano Zanin, che in esclusiva ci rivela tanti dettagli su questa straordinaria pellicola, capace di appassionare e fare riflettere, grazie a un cast di grandi attori e importanti guest star.

Perché un film che prende le mosse dalla Mma femminile?

Da tempo volevo fare un film che avesse come tematica lo sport, per raccontare il concetto di gabbie: quelle che ci vengono costruite attorno, come quelle che ci costruiamo da soli. Mi piaceva l’idea di ragionare su metafore che conciliassero la vita di tutti i giorni con una disciplina dalle mille sfumature. Inizialmente avevo pensato al wrestling, poi per diverse situazioni siamo arrivati alla Mma e così la storia si è trasformata in questa che abbiamo realizzato in The Cage.

Ecco spiegaci questo significato della gabbia.

Nella vita di tutti i giorni ne incontriamo tante. Penso al lavoro, ma anche ad alcune convenzioni sociali o nostre personali convinzioni da cui decidiamo di non separarci. Ci sono anche gabbie create da altri: a volte persino l’amore diventa una gabbia. Sono recinti psicologici, nei quali ci chiudiamo per difenderci dal mondo esterno, e che ci possono fare più male. La Mma si combatte dentro a una gabbia, ma è proprio lì che la protagonista trova la sua libertà.

Mi interessa quel che dici a proposito delle convenzioni sociali. In che modo la cultura e le radici di un Paese possono conservare i propri valori radicati, consentendo altresì una libertà di azione?

Non chiudendosi in una gabbia: la cultura ha bisogno anche di contaminazioni, senza però che queste facciano perdere le proprie radici. Bisogna partire dal concetto per cui quell’atteggiamento consente di arricchirci e al tempo stesso di arricchire. Per conservare i valori bisogna rimanere aperti al mondo, senza lasciarsi “invadere” o colonizzare: bisogna solo prendere il bello che esiste.

L’Italia a che punto è in questo senso?

Storicamente ha un ruolo importantissimo e credo sia proprio perché ha saputo sfruttare quella possibilità. La cultura italiana è ricca di esempi in questo senso: è sempre stata forte, ma sin dall’antichità ha vissuto diverse contaminazioni, basti pensare alla civiltà greca, alle invasioni che ci sono state, ai commerci: tante realtà hanno contribuito in questo senso nel corso dei secoli.

Il protagonista di The Cage si dice innamorato ma vuole far fallire la sua compagna perché “i sogni sono fatti per non essere realizzati”: è una scena molto significativa, con frasi piuttosto forti. Capita spesso di incontrare questo atteggiamento nella vita?

Lui rappresenta la paura di uscire da una “zona di sicurezza” che si è creato: l’idea che la sua compagna trovi la propria strada attraverso lo sport che vuole fare lo atterrisce e lo preoccupa, anche perché si tratta di uno sport rischioso. Il prete della comunità lo spinge a farle imboccare quella strada nella speranza che lei fallisca per tenerla vicina a sé. Ha difficoltà ad accettare che lei vada per la sua strada: è un pensiero molto comune.

Un po’ egoista forse.

Certamente, nel film emerge proprio il lato negativo di questo. Tuttavia, la paura di perdere la persona che si ama è comprensibile. L’amore, come dicevo, è spesso una gabbia anche in modo naturale. Tutti abbiamo una parte di noi che si rivela aperta, con la voglia di lasciarsi andare e mettere a rischio tutto quanto, e un’altra che invece tende a proteggere e mantenere quello che si ha: per farlo, spesso ci capita di dovere limitare le scelte di chi ci sta intorno.

Come hai scelto Aurora Giovinazzo, giovanissima stella emergente del cinema?

La scelta del cast era complicata, trattandosi di un film complesso che sviluppa molto una parte sportiva ma ha anche molta parte recitata. La scelta sulla protagonista, però, è stata la più semplice: ho pensato subito ad Aurora, che avevo apprezzato in Freaks Out, di Mainetti. L’avevo vista molto brava ed energica: si è rivelato effettivamente così. Tra l’altro Aurora è una campionessa del mondo di balli latino americani, quindi ha memoria sportiva superiore a chiunque altro, per cui poteva imparava immediatamente ogni coreografia di combattimento e questo mi ha spinto ulteriormente a credere in lei che, forte fisicamente, si è preparata benissimo, apprendendo le tecniche di lotta.

Tutto il cast è particolarmente ricco e interessante, a cominciare dalla straordinaria Valeria Solarino.

Si sono impegnati tutti con grande attenzione. Valeria è stata bravissima come sempre: inizialmente era un po’ dubbiosa nell’accettare il ruolo, perché fisicamente non sembra una lottatrice, ha un fisico magro, esile, molto elegante. Ha fatto un ottimo lavoro interiore. Così come l’antagonista Désirée Popper, non aveva mai fatto questi sport ed era scettica. Si è, però, presentata costantemente in palestra due ore prima degli altri per essere pronta e alla fine tutto questo ha pagato. E poi Brando Pacitto, che da Braccialetti rossi è arrivato al cinema d’autore crescendo tantissimo, ha saputo dare corpo alle inquietudini del suo personaggio.

C’è anche la partecipazione di Fabrizio Ferracane.

Credo sia il migliore attore italiano mai visto negli ultimi anni: ha un volto capace di mostrare un’intensità nella recitazione che non teme rivali.

Come è avvenuta la scelta di quei protagonisti, provenienti direttamente dallo sport?

Serviva proporre un lato ancor più realistico, per cui ho pensato ad attori nati prima di tutto come sportivi. Alessio Sakara, “il Legionario”, è un grande personaggio della lotta internazionale, il primo a combattere nella UFC, che vive tra Italia e Usa e sta facendo un grande lavoro con scuole legate al suo nome, in cui si insegna ad affrontare la vita senza violenza, contro il bullismo. Lui è stato fondamentale anche per la preparazione tecnica delle attrici. Patrizio Oliva, invece, interpreta l’allenatore in seconda: è una persona eccezionale di grandissima umanità, che sta facendo un grande lavoro con la sua palestra a Napoli. Sono stato onorato di avere lavorato con questi attori.

Oggi l’Mma , come tutti- gli sport, prende sempre più piede anche al femminile dopo che per anni è stata identificata solo come maschile e spesso violenta. Gli sport che tipo di identità hanno?

Gli sport appartengono a tutti, anche se in passato sono stati soprattutto maschili. Negli Usa le card delle donne della Mma sono popolari al pari di quelle maschili: uno sport come questo, praticato da uomini può risultare però troppo violento, invece due donne che combattono sono più tecniche e diventa anche più interessante. L’essere umano ha una violenza insita che deve ovviamente reprimere e queste discipline consentono di equilibrare un grande sfogo. Perciò tantissime ragazze erano interessate a questo film.

Il set come è stato scelto?

Abbiamo girato per la maggior parte a Roma, ma anche in uno zoo privato molto bello, a Campolongo (VE) che ho scoperto casualmente, dove ci sono una trentina di felini. Si chiama Tiger Experience: gli animali sono tenuti benissimo da persone che li aiutano a superare la vera difficoltà, ossia la noia. È stato lì che ho compreso che questo è il vero problema dell’animale in gabbia: in quello zoo ho potuto vedere felini che uscivano dalla gabbia in modo controllato, facendosi accarezzare. Un’esperienza direi illuminante.

Quindi un film girato tra due luoghi lontani tra loro, ma qual è la tua città identitaria?

Venezia, anche se non sono nato lì: una città ricchissima di storia, dove terra e mare si confondono, non ci sono auto. Il Maestro Tinto Brass ama profondamente Venezia ed è stato lui a farmela capire e apprezzare ancora di più. Un giorno forse ci tornerò…

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