Indagine UE su TikTok. Ma perché si ignora la propaganda woke cinese?

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Dopo il no di Donald Trump a TikTok e le conseguenti minacce americane alla Cina per una sua chiusura, ora anche la Commissione Europea apre una procedura di verifica delle possibili violazioni agli obblighi di tutela dei minori, previsti dalla legge Ue sui servizi digitali (Dsa). Un affondo che potrebbe trasformarsi in una pesante multa per il social cinese.

Quella contro TikTok rappresenta la seconda procedura formale aperta da Bruxelles ai sensi della Dsa, dopo quella già avviata a dicembre contro ‘X’, relativa anche la diffusione di contenuti illegali e la presunta manipolazione delle informazioni sulla piattaforma.

Nonostante l’apertura di questa procedura, colpisce un’assenza: nessun cenno alla cultura woke propagandata a palate dalla piattaforma cinese proprio allo scopo di indebolire dall’interno le società occidentali, come denunciato in numerosi studi e dossier del Centro Studi Machiavelli, firmati dal ricercatore Emanuel Pietrobon.

Da diversi anni fra gli analisti e gli esperti di scienze militari, intelligence, sociologia e informatica si è evidenziato come le democrazie liberali siano sempre più vulnerabili alle operazioni cognitive. Queste sono considerate l’ultima frontiera delle “guerre ibride”, ovvero quelle guerre che attaccano gli ambienti informativi di una società per seminare discordia ed indebolirla dall’interno. Tutte le grandi potenze sfruttano questi sistemi di ingegneria sociale per attaccare e indebolire i concorrenti, e per quanto riguarda l’occidente, sono Russia e Cina le principali artefici di queste operazioni che fomentano le divisioni all’interno delle nostre società allo scopo di polarizzarle sempre di più ed aumentarne le preesistenti discordie e tensioni. Negli anni dell’amministrazione Trump ad esempio, L’IRA, gruppo legato a Evgenij Prigožin, aveva usato i social per riaccendere le tensioni razziali, generando insieme al movimento BLM, manifestazioni violente ed incontrollabili che divisero l’intero paese.

Nel caso di TikTok, l’app sarebbe accusata di essere un’operazione cognitiva del dragone cinese. Infatti mentre la versione interna alla Cina promuove contenuti per loro edificanti (studenti impegnati, lavoratori e soprattutto lavoratrici molto avvenenti impegnate in cantieri e attività artigianali, giovani rispettosi degli anziani che compiono buone azioni etc.) al di fuori dei loro confini, TikTok diffonde intenzionalmente wokeismo: dai disvalori della “musica” trap a comportamenti antisociali e autolesionisti (droga, alcool, anoressia e bulimia, challenge pericolose, bullismo…), propaganda LGBT e altre idee pensate per indebolire le società bersaglio occidentali.

Concentriamoci quindi sul pericolo di quanto finora affrontato. Cos’è il “wokeismo”? Ve lo spiega approfonditamente l’articolo di Francesco Erario sul numero 50 di CulturaIdentità in edicola. Qui, riassumendo molto, lo andiamo a descrivere come segue: la genesi del termine “woke” appartiene alla cultura afroamericana degli anni 60’ e 70’ ed indicava quelle persone aventi spiccate consapevolezze politiche e sociali soprattutto rispetto temi quali razzismo, disuguaglianza e giustizia sociale. Il perseguimento di quest’ultima era dunque presentato come un principio nobile ed esortava gli altri componenti del movimento a rimanere “svegli” (woke, appunto) di fronte questi temi, senza tuttavia dare alcuna spiegazione all’atto pratico sul come raggiungerla. Il termine “woke” diventa così presto mainstream andando però a connotare tutta la galassia dei social justice warrior, ovvero gli “attivisti” impregnati di decostruzionismo, marxismo culturale (Scuola di Francoforte) e le varie “teorie critiche” nate nei campus americani negli anni ’70 e ’80, da quella del gender alla Teoria Critica della Razza, che postula una “colpa” innata nell’uomo bianco e segnatamente nel maschio bianco etero, identificato come la fonte d’ogni male dell’umanità.

Ricordiamo che in passato la giustizia sociale ha fatto proprio da pretesto a vari regimi comunisti per l’esproprio dei beni di certe categorie della società con l’uso della violenza. E per ironia della sorte, oggi queste operazioni cognitive sono condotte da quei governi contro l’Occidente ed i suoi valori democratici, da un paese comunista, la Cina, e da uno ex comunista (ma senza rinnegare), la Russia, facendo leva sulle masse giovanili affascinate dal post-marxismo troskista dei campus americani, che hanno sostituito le bandiere arcobaleno a quelle rosse. Gli wokeisti, più in generale, hanno una tendenza collettivista alla categorizzazione di gruppi di individui – il cosiddetto “insersezionalismo”. Tendenza che inevitabilmente si riduce ad un cortocircuito, (un cane che si morde la coda), quando proprio queste categorie non esaudiscono le loro aspettative e quando la loro realtà risulta essere molto diversa rispetto a quella per loro prefissata ed immaginata. Come ad esempio scoprire che l’immigrato è spesso più conservatore del paese che lo accoglie e di conseguenza non ha alcuna intenzione ad adattarsi alla cultura di quest’ultimo. Gli wokeisti vogliono dare più diritti a queste persone privandole però della libertà di agire in quanto individui perché appartenenti ad un gruppo per loro finito e definito.

E proprio attraverso l’enfasi della vittimizzazione, privano queste stesse persone di ogni possibile e minimo barlume di responsabilità, e quindi speranza, sull’andamento del loro destino. Insomma una dittatura comunista mascherata da progressismo liberale.

Come se non bastasse si arriva poi alla “cancel culture”, punta di diamante della cultura woke, ovvero la pretesa di riscrivere il passato per ridefinire il proprio ideale di giustizia, che come abbiamo visto è pericoloso e letale oltre che ingiusto ed ipocrita. Tutto ciò viene sparso a palate dall’algoritmo di TikTok fra i giovani occidentali, con lo scopo di infiacchire la generazione Z e Alfa (quelli nati dopo il 1997), utenti\schiavi di questo social.

Che la Commissione Europea rinunci però a premere su questo tasto è preoccupante. Un’inchiesta ufficiale su TikTok che vada solo a indagare su contenuti illegali o al bullismo ignorando la sua natura di operazione cognitiva woke sarebbe come arrestare un capo mafia per contestargli una multa per eccesso di velocità. L’assenza di questo filone di indagine mostra come l’ideologia woke non venga presa con la dovuta attenzione dalle classi dirigenti europee. O, peggio ancora, che esse ne condividano le basi ideologiche, contribuendo così a questa nuova “guerra dell’oppio” alla rovescia, stavolta condotta dalla Cina contro l’Occidente.

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