Matteo Renzi e quell’occasione mancata…

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Tra le cose che accomunano Silvio Berlusconi e Matteo Renzi c’è questa: che entrambi hanno annusato la necessità di intervenire sulla giustizia, per contenerne le pretese autoritarie e illiberali, ed entrambi, ingenuamente, hanno creduto che fosse possibile farlo in modo compromissorio.

Renzi vi ha avuto meno a che fare, essendo stato destinatario di attenzioni giudiziarie imparagonabili a quelle di cui fu vittima Berlusconi, ma se i propositi di riforma del politico toscano si sono risolti in qualche sterile conato non è perché gli sia mancata l’esperienza diretta: è perché anche lui, come l’altro, mancava della convinzione sufficiente a fare di quelle riforme un punto irriducibile. Che nei due casi abbia giocato un ruolo notevole anche il comprensibilissimo timore di finire male sul campo, nel conflitto con un potere che amministra l’altrui libertà e può sequestrarla pressoché a capriccio, è certo. Ma le cautele riformatrici di Berlusconi non hanno impedito alla magistratura di destituirlo, e l’esercito di avvocati che gli faceva da guarnigione in parlamento e nelle aule di giustizia non gli è bastato a evitare il servizio sociale a Cesano Boscone, il succedaneo della certa galera che avrebbe fatto se avesse avuto qualche anno in meno.

Renzi ha avuto meno guai ma, almeno per qualche tempo, altrettanto potere, di cui tuttavia ha ritenuto di non fare uso per riformare seriamente la giustizia limitandosi invece a qualche vaga lamentazione parlamentare contro i magistrati che vogliono fare le liste dei buoni e dei cattivi tra partiti e associazioni politiche. Non gli è servito a niente, e soprattutto non è servito ai cittadini che qualche anno dopo avrebbero visto di quali malversazioni si rendeva impunitamente responsabile il potere davanti al quale la classe politica decideva di inchinarsi nella speranza di essere lasciata in pace.
Il fatto che il partito di cui fu segretario, il Pd, fosse la sede teoricamente meno adatta da cui far partire qualche istanza liberale in materia di giustizia spiega poco le inerzie di Renzi: e infatti egli ha pagato pegno al verbo forcaiolo anche dopo essersi assolto dal vincolo di quel partito, a cominciare da quando ritenne di dover rivendicare il merito dello Stato che fa morire in carcere i malati di cancro perché la mafia si combatte in questo modo, con la terribilità delle pene di cui avrebbe imparato a diffidare se ai cimenti da boy scout avesse associato qualche lettura meno spensierata ma tanto più utile quando sei chiamato a governare un Paese.
Come tanti, Renzi ha evidentemente creduto che una specie di vigilata compiacenza costituisse un buon criterio per convivere in modo passabile con un organismo, quello giudiziario, che quanto meno nelle sue componenti rappresentative e corporate non ha nessuna intenzione – e lo dimostra – di vedere destituito anche solo un pizzico del proprio potere. E ancora come tanti Matteo Renzi s’è unito al coro inascoltabile che giura “fiducia nella magistratura”, pensando in quel modo di dimostrarsi aderente al protocollo di compostezza istituzionale che scambia il dovuto rispetto per la legge con il servile inchino per il bacio della pantofola di chi l’amministra.

E’ questo un costume purtroppo diffusissimo, ed è ciò che impedisce al proposito riformatore di realizzarsi in un patrimonio di cose fatte perché mantiene in regime di sacralità oracolare l’amministrazione della giustizia, e svilisce a blasfemia ogni ipotesi di revisione normativa che provi a insistere sull’intangibilità di quel potere.
Infine – e naturalmente non vale solo per Renzi, ma nel caso di Renzi la responsabilità è più grave – alle mancate riforme liberali in materia di giustizia ha fatto seguito anche peggio che la semplice continuazione dell’andazzo precedente, e piuttosto ha avuto corso libero l’ulteriore afflizione dei diritti individuali e un ripiegamento autoritario che sarà difficile, se non impossibile, anche solo emendare. L’abbiamo pagata cara, la rinuncia alle riforme. Ne valeva la pena?

Iuri Maria Prado

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