Non è morta la globalizzazione, ma la libertà di spostamento

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ilgiornale.it

Quando l’anno scorso è scoppiata la pandemia, numerosi autorevoli commentatori profetizzarono la “fine della globalizzazione” come probabile effetto della nuova situazione. Partivano da un presupposto molto preciso: il mondo globalizzato ha avuto origine con l’ingresso della Cina nel Wto nel 1994 e siccome proprio in Cina era scoppiata l’epidemia da Covid 19, le inevitabili chiusure nei confronti di quel paese avrebbero finito per far saltare in aria l’intero ingranaggio.

È senz’altro vero che il mondo pandemizzato ha assistito a dei rallentamenti clamorosi nel processo di globalizzazione, ma affermare che esso sia ormai definitivamente interrotto ci appare azzardato. La globalizzazione si fonda sulla libera circolazione di beni, servizi, capitali e uomini garantita da una serie di trattati ed organismi regolatori internazionali. Naturalmente non si tratta di un processo compiuto, ma è indubbio che in oltre 25 anni esso sia andato molto avanti.

Soprattutto le nuove tecnologie hanno consentito delle accelerazioni violentissime sul versante della finanza e della comunicazione e anche la logistica e il commercio hanno beneficiato dell’attenuazione di dazi e controlli. La standardizzazione dei modelli culturali si è mossa di pari passo. Sul fronte della produzione di beni, sono state in particolare le delocalizzazioni e le economie di scala a portare il loro contributo.

Al netto dei processi migratori che hanno subito un aumento imponente della loro intensità grazie ai moderni sistemi di mobilità e, in particolare, alle suggestioni prodotte dall’informazione globale e dalla rappresentazione dell’Occidente come un immenso Eldorado pronto ad accogliere tutti, il turismo è il comparto economico che ha maggiormente beneficiato della globalizzazione declinata sul versante della libera circolazione degli esseri umani.

Il turismo è sempre esistito, ma indubbiamente la lentezza dei sistemi di trasporto e gli alti costi, lo rendevano un’attività d’élite, appannaggio di aristocratici o ricchi borghesi desiderosi di appagare la propria sete di conoscenza e di avventure. Il turismo di massa è invece un fenomeno relativamente recente, che muove i primi passi negli anni Trenta del secolo scorso, per consolidarsi nel Dopoguerra, soprattutto nei paesi del blocco occidentale e consumista.
Ma è con l’affacciarsi della globalizzazione che il turismo ha assunto un ruolo così rilevante nell’economia mondiale, al punto che in alcuni paesi meno sviluppati esso è davvero il principale fattore di ricchezza nazionale.

Ora, affermare che la pandemia ha messo in crisi l’economia globalizzata è vero, alla prova dei fatti, solo per il settore turistico. Dei quattro elementi fondamentali della globalizzazione, allo stato, solo la libera circolazione delle persone appare effettivamente compromessa, al punto che in alcuni paesi, a cominciare dall’Italia, è lo stesso diritto costituzionale alla libertà di circolazione ad essere sospeso (al punto da essere richiesta un’autocertificazione che motivi lo spostamento).

Si tratta di un aspetto della situazione che non è stato sufficientemente analizzato e su cui una riflessione dovrebbe essere messa in campo.

Pensiamo all’Unione Europea. Il Trattato di Schengen, quello che regola la libera circolazione dei cittadini dei paesi aderenti all’UE è, di fatto, sospeso da un anno. Parliamo di una libertà di movimento pressoché totale, che addirittura consentiva di non utilizzare il passaporto e di non richiedere un visto di entrata tra uno Stato e l’altro. Per anni si è, giustamente, affermato che il Trattato di Schengen costituiva uno dei capisaldi dell’Unione, il cui disconoscimento poteva determinare il crollo dell’intera impalcatura istituzionale faticosamente costruita (con tutte le ricadute che questa affermazione comportava in particolare sulla gestione del fenomeno migratorio).

In buona sostanza non è la globalizzazione ad essere entrata irreversibilmente in crisi: l’informazione continua a correre veloce su internet e sui social, nonostante alcune restrizioni e le polemiche sulle censure perpetrate da Facebook, Twitter o Instagram; i capitali continuano a viaggiare a velocità supersonica a livello globale con un click grazie alla telematizzazione dei mercati finanziari e l’accelerazione sull’utilizzo dei dispositivi digitali, nel tempo libero come in svariati momenti dell’organizzazione del lavoro, anche nella prospettiva dell’avvento del 5G, sembrano piuttosto annunciare un’intensificazione dei processi di globalizzazione. Gli stessi brillanti risultati dei giganti della logistica a livello internazionale sembrano confermare che la circolazione globale delle merci non subirà in prospettiva battute di arresto.

Ad essere entrata in crisi è la libera circolazione legale degli esseri umani (quella legale, dal momento che quella illegale, legata ai flussi migratori, sembra aver ripreso vigore). Anche l’ipotesi, coltivata nelle capitali di tutto il mondo, a cominciare da Bruxelles, di un certificato vaccinale che autorizzi la mobilità da un paese ad un altro, persino in seno all’Unione Europea (l’ormai noto green pass) conferma il cambio di paradigma, con un controllo sulla mobilità dei cittadini che non ha precedenti nella Storia, vista l’efficacia raggiunta dai moderni sistemi di controllo tecnologici.

A soffrire tutto questo saranno innanzitutto le aziende turistiche e le milioni di famiglie che, soprattutto nel Sud Italia, vivevano di questo pane e che, paradossalmente, durante questo lungo anno pandemico, caratterizzato in Italia dalle più variegate forme di sussidi e di ristori, sono state letteralmente abbandonate al loro destino, senza misure ad hoc per il comparto turistico che ne consentissero la sopravvivenza, in attesa della fine dell’epidemia.

Un paradosso, per un paese come il nostro, che infonde inquietudine e per correggere il quale la politica deve urgentemente trovare correttivi e soluzioni a lungo termine.

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