Paolo Becchi: “Un liberale al Colle, con valori cristiani”

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Attaccato, isolato, messo sul patibolo dell’opinione pubblica senza diritto ad una replica o una spiegazione. È Paolo Becchi, professore universitario e filosofo, tra i massimi studiosi italiani di Hegel e Jonas, che dopo un suo tweet, sulla scomparsa dell’ex parlamento europeo David Sassoli, ha subito un linciaggio mediatico spaventoso, figlio di quella vocazione forcaiola che non vuole analizzare o contestare un avversario, ma condannarlo, scatenando una caccia alle streghe, fatta di pesanti auguri di morte a immotivate richieste di sospensione del suo ruolo accademico, che ha scelto un nuovo bersaglio (o nemico) da eliminare. Si può essere d’accordo o in disaccordo con le opinioni espresse dal professor Becchi, ma una campagna inquisitoria di questa tipologia è il segno che la macchina del fango è sempre pronta a creare il mostro e sbatterlo in prima pagina.

Cosa ne pensa delle sproporzionate reazioni al suo tweet sulla morte di David Sassoli? E può spiegarci cosa intendeva dire realmente?

Penso si tratti di una orchestrata campagna, messa in moto dalla stampa, per infangare il mio nome. Poiché nel mio tweet non c’era nessuna espressione di odio, né alcuna mancanza di rispetto verso l’ex presidente del parlamento europeo, infatti non è stato cancellato, nonostante le numerose segnalazioni, perché non violava le regole della community di Twitter. Io ho iniziato il mio commento proprio sottolineando il mio rispetto per la morte di Sassoli, avanzando delle domande su una possibile connessione tra la sua morte e la vaccinazione, tenendo sempre presente il precedente stato di salute e di difficoltà. Ma le mie erano solo delle domande, ora il punto è capire chi ha acceso questa macchina del fango e perché. Volendo creare un danno alla mia immagine e coinvolgendo l’università e la mia credibilità accademica. In questo caso bisognerebbe rileggersi, sempre considerando la differenza di tempo e contesto, il romanzo di Heinrich Boll, “L’onore perduto di Katharina Blum”. Un testo degli anni 70, in cui Boll fa capire il potere della stampa di distruggere una persona, cogliendo il ruolo che può avere un giornalista nell’isolare e portare sul patibolo una persona per idee differenti o determinate scelte di vita. Al contrario della protagonista del romanzo io non ho intenzione di vendicarmi, ma non posso non constatare l’isolamento, l’influenza e i danni che può portare la stampa senza nemmeno concedere, come nel mio caso, un diritto di replica. Diritto ad una mia difesa che mi è stato concesso solo da CulturaIdentità e AdnKronos, non consentendomi nemmeno di spiegarmi, auspicando provvedimenti durissimi da parte del mio ateneo, che per fortuna non sono arrivati. Il vero problema non è che io abbia attaccato Sassoli, cosa che non è mai accaduta soprattutto perché lo ho sempre stimato, pur rimanendo critico di alcuni meccanismi europei, ma perché ho infranto un tabù. Il tabù di manifestare dubbi e problematicità sulla situazione sanitaria, sull’infallibilità della scienza, attraverso delle domande, non delle sentenze, che forse non avranno mai risposta.

Cosa ne pensa delle nuove restrizioni portate dal super green pass? E come vedrebbe Foucault, da cui è partito un suo precedente pamphlet, tali provvedimenti?

Il testo a cui fai riferimento, “L’incubo di Foucault”, partiva dalle tesi sulla società della sorveglianza, rileggendo i momenti più duri della pandemia mettendo in evidenza il fatto che la società si stesse trasformando in una società delle emergenze e della sorveglianza. Un’emergenza permanente che sembra non avere mai termine. Citando un mio vecchio scritto, su temi molto diversi, si è passati dal rischio di una fine spaventosa alla certezza di uno spavento senza fine. Sugli ultimi provvedimenti i cittadini non sanno più che aspettarsi di fronte ad i numerosi tentativi di restringere progressivamente gli spazi di libertà personali. È l’argomento della china scivolosa, se non fermi subito la pallina mentre scivola, essa non arresterà mai il suo moto.

Cosa ne pensa di una elezione del presidente della repubblica di Draghi e chi auspicherebbe come nuovo capo dello stato?

Con Draghi Presidente della Repubblica assisteremmo ad una totale asservimento e svilimento del parlamento al capo dello stato, realizzando un presidenzialismo assoluto senza contrappesi e limiti. Anche se penso che i parlamentari non votino Draghi come Presidente della Repubblica. Nonostante il totale supporto della stampa non ce la farà e non riuscirà ad ottenere il sostegno dei parlamentari sia per escludere elezioni anticipate, sia per non compromettere l’unità delle forze del governo. La sua elezione sarebbe un grave errore per la democrazia italiana. L’unica vera alternativa sarebbe quella di un liberale con valori cristiani, che freni le violazioni della libertà personale, attraverso autorevolezza e competenza sia nella formazione culturale sia esperienza nelle istituzioni. Un candidato che sia quindi un Katechon. Che possa essere un nome autorevole capace di trovare consenso anche da forze non facenti parte del centrodestra. Il centro destra per non voler mettere la sinistra di fronte ad una unica scelta obbligata, proporrà una terna soprattutto dopo la coraggiosa scelta di Berlusconi di fare un passo indietro.

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1 commento

  1. Domani i Grandi elettori daranno il via alle danze, per l’elezione del nuovo presidente della repubblica. Con Mattarella che esce di scena. Irrimediabilmente. Adesso che sul palcoscenico della pandemia irrompe The Lancet per annunciare Urbi et Orbi che “Conte è l’untore Covid in Europa”.
    Il mondo così apprende quello che in Italia era da tempo una verità scomoda e, per questo, dai padroni del vapore messa sotto il tappeto ideologico. Ma la “visita a sorpresa nella scuola Daniele Manin del quartiere Esquilino di Roma, uno dei più multietnici e nel cuore della Chinatown della Capitale, di Mattarella”, e “gli aperitivi sui Navigli”, di fatto sembra davvero essere stato il ‘LA’ scritto sul pentagramma della pandemia europea.

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