Perché un municipio non è meno “nazione” dello Stato

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In nessuna nazione come l’Italia la politica si è costruita a partire dalla dimensione locale, quella del Comune. La sfera municipale nella nostra storia possedeva propri riti, miti, codici, o culture politiche diversi da quella “nazionale”, persino nei medesimi partiti: i cui profili locali finivano per differenziarsi da quelli nazionali. A lunga una storiografia affascinata dai modelli di nation building centralizzati, e abituata a leggere la storia d’Italia come una serie di occasioni mancate, ha colto in questo l’ennesimo difetto del nostro Paese. Quale stortura è semmai un pregio della nostra storia, che non può che essere tale. La nazione si è costruita così da noi, in modo diseguale e carsico, con tempi sfasati, accelerazioni e ritardi: ma il municipio non è meno “nazione” dello Stato. I fondatori della nazione italiana, la Destra storica, avevano come ispirazione il Regno Unito ma hanno costruito lo Stato italiano sul modello giacobino francese prima, con innesto di prussianesimo poi. Per questo la politica municipale nei primi decenni della storia d’Italia fu appannaggio degli “esclusi”, di quelli che, per varie ragioni, non avrebbero mai potuto entrare a far parte dei governi nazionali: i socialisti e i cattolici. I primi si mossero con maggiore sveltezza, anche perché, diversamente dai cattolici, non dovevano subire alcun non expedit. E colsero già i primi successi a fine ottocento, nelle città dell’Emilia, dove la conquista del municipio, cioè l’elezione del sindaco, veniva festeggiato come un assalto rivoluzionario: lo stesso avvento al potere i socialisti lo rappresentavano come una progressiva, lenta ma efficace, “presa” di tutti i municipi d’Italia. E infatti i socialisti, quando eleggevano un sindaco, compivano tutta una serie di riti rivoluzionari, come se la città fosse un piccolo Stato in cui costruire il socialismo: e non solo riti, in rapporto con le cooperative, ovviamente rosse, svilupparono un sistema di potere, una sorta di collettivismo municipale al fine di “strozzare i padroni”. Stiamo parlando del Psi dell’inizio del ‘900, ma i comunisti dopo il 1945 non fecero che seguirne le orme. I cattolici, almeno fino alla fondazione del Partito popolare nel 1918, dovevano agire più di nascosto, ma l’appoggio dei “bianchi”, alle giunte liberali conservatrici fu sempre fondamentale: in cambio, nelle aree in cui si era sviluppato un cooperativismo cattolico, come in Lombardia e in Veneto, i sindaci liberali instauravano una collaborazione intensa con i cattolici, ben prima del patto Gentiloni. La lotta politica in consiglio municipale era talmente importante che, a partire dall’età giolittiana, non v’era leader montante o confermato che non sedesse anche in consiglio municipale, persino un rivoluzionario come Benito Mussolini, che sull”Avanti!” da lui diretto dispregiava sia “l’elettoralismo” sia il socialismo municipale considerato riformista, finì per essere eletto nell’assemblea municipale meneghina nel 1914. Non a caso, uscito dal Psi e fondato il fascismo, Mussolini intravide proprio nei due comuni di Milano e di Bologna, a guida socialista, le roccaforti del potere rosso da abbattere: entrambi furono attaccati dalle squadre fasciste e le giunte sciolte dal prefetto, un atto che confermò la forza del fascismo ben prima della marcia su Roma. E lo stesso fascismo è incomprensibile se non ci coglie la sua dimensione municipale: dai ras, i capi locali, sempre una spina nel fianco per Mussolini, soprattutto nei primi anni, fino alla istituzione della figura del podestà, che certifica quanto per il regime fosse determinante il municipio. Con la Repubblica i partiti di massa crebbero e si svilupparono proprio a partire da questo spazio: a cominciare dalla formazione della classe dirigente, essendo il primo passo della carriera politica nei partiti l’elezione in Consiglio municipale. Non si cominciava da parlamentari o da ministri come oggi, e i risultati si vedono. Durante la Seconda Repubblica, con l’elezione diretta dei sindaci, per un momento parve che il rinnovamento dei cosiddetti partiti e della politica passasse da lì. Eppure, il bilancio è scarso: pochissimi sono i sindaci di grande città ad aver assunto, dopo il loro mandato, un ruolo apicale come leader politico o come ministro, anzi spesso il Comune è diventato il ripiego di figure nazionali cadute nell’ombra e desiderose di un nuovo quarto d’ora di celebrità. Pure da questo punto di vista abbiamo perso il legame con la nostra storia e con la nostra tradizione: la classe politica la ritrovi, entrando in contatto di nuovo con la dimensione locale, dove vive il paese reale

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