Quel “maledetto muro”: un ricordo e un monito

Quel “maledetto muro”: un ricordo e un monito

Il legame tra la destra italiana e la caduta del Muro di Berlino è simboleggiato da un’immagine. Ritrae Pino Rauti seduto a un tavolo con i suoi il 13 marzo 1990, in occasione di una riunione della segreteria del Movimento Sociale Italiano tenutasi proprio nella capitale tedesca. Fu una scelta – quella di trasferire all’estero l’assise missina – dettata dalla volontà di ripartire dalla riunificazione della Germania per gettare la basi di una nuova Europa dei popoli, libera e sovrana. L’immagine è una delle diciannove della mostra multimediale “Addio maledetto Muro”, ospitata questa settimana presso i locali della Fondazione An di Roma e che si trasferirà sabato al Teatro Nuovo di Milano. Realizzata con il contributo della Fondazione New Direction dalla storica dell’arte Margherita Grassellini, dallo storico Emanuele Merlino e dal grafico Andrea Moi, consta di fotografie tratte dall’archivio della Nato e della Cia, nonché di documenti e immagini della Fondazione Pino Rauti.

 

Ha partecipato all’inaugurazione di martedì scorso la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, oltre ai deputati di FdI Federico Mollicone, Paola Frassinetti, Carlo Fidanza, Mauro Rotelli, alla senatrice Isabella Rauti, al deputato leghista Domenico Furgiuele, al presidente della Fondazione An Giuseppe Valentino. Presente anche Emanuel Demetrescu, figlio di Camilian Demetrescu, dissidente rumeno che trovò asilo politico in Italia nel 1969. La reazione al giogo comunista, del resto, attraversò tutta l’Europa al di là della cortina di ferro. Dopo il taglio del nastro, la Meloni ha spiegato che la caduta del Muro di Berlino ne è stato l’epilogo, seguito alla rivolta di Budapest del ‘56 e alla primavera di Praga del ‘68, agli scioperi nei cantieri di Danzica, dove nacque Solidarnosc, e alle parole e ai gesti di Giovanni Paolo II. La presidente di FdI ha ricordato che un’Europa in grado di difendere le proprie radici e la propria identità non può prescindere dall’evento topico di Berlino. Il riferimento all’attualità è dunque inevitabile. “Non è un caso – ha aggiunto la Meloni – che siano proprio le nazioni che più hanno subito l’oppressione comunista quelle più ‘resistenti’ rispetto a un’Unione europea che anche oggi sembra un po’ oppressiva”. Il ricordo di quegli slanci di eroismo che culminarono con l’abbattimento del Muro dovrebbe essere tramandato nelle scuole, come indica la legge che nel 2015 ha istituito il 9 novembre “Giorno della libertà”. La norma – ha tuttavia denunciato la Meloni – resta lettera morta. La presidente di FdI, sottolineando come il suo partito ha avviato una settimana di intense iniziative sul Muro di Berlino, ha assicurato che “chiederà conto al governo dell’assenza di celebrazioni per ricordare questa data”.

 

Un ricordo che non può prescindere dalla dura repressione attuata dai regimi marxisti nell’Europa dell’Est. Provocano trasporto emotivo, a tal proposito, le immagini in mostra che raccontano delle tante, troppe persone che tentarono nei modi più disparati di attraversare il Muro, e che per questo furono freddate dai soldati della Ddr. Altrettanto emozionanti, ma in senso positivo, le foto dei picconi che percuotono il Muro e dei festeggiamenti in quel 9 novembre 1989. Fu la fine di un incubo. Ma non ancora l’inizio di un avvenire per l’Europa lungo il percorso tracciato dalle proprie radici, da una comune civiltà e cultura. Oggi, nel mondo globale, incombe lo spettro di ideologie che considerano l’individuo una merce, monade senza identità in preda ai richiami del mercato. Il ricordo del Muro fisico di Berlino, allora, diventa anche un monito ad abbattere i muri invisibili di oggi, quelli del consumismo, che aliena gli individui e li separa dalla propria comunità.



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