Quel “marxista” alla corte del Cav: vent’anni fa ci lasciava Lucio Colletti

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Dettaglio della copertina del libro "Lucio Colletti scienza e libertà" di Pino Bongiorno e Aldo G. Ricci, Ideazione, 2004, libro di proprietà dell'autore dell'articolo. Foto realizzata dall'autore dell'articolo. Foto originale priva di crediti fotografici.

Vent’anni fa ci lasciava Lucio Colletti, che insieme a Marcello Pera e Saverio Vertone fu tra i filosofi del Cav subito dopo i cavalieri che fecero l’impresa (Marcello Dell’Utri, Giuliano Urbani, Antonio Martino tra gli altri). Colletti emergeva un po’ guascone fra gli accademici seriosi in forze al Cavaliere: nel 1963 (c’era ancora Krusciov!) aveva già detto ciao ciao al PCI, era poi entrato in orbita PSI (Craxi) per attraccare infine a Forza Italia, approdo naturale per chi in tre decenni era rimasto voce nel deserto alla ricerca di un vero partito riformista che in Italia potesse prendere in mano la situazione.

Fu amico e consigliere del Cav: lui, che pure la politica la masticava da quando portava i calzoncini alla zuava, si era sempre sentito uno studioso e di conseguenza aveva sempre preso le distanze da impegni diretti, eppure nel 1996 accettò la proposta di un seggio alla Camera. Non mancando però di metter le mani avanti: “in Forza Italia ma da indipendente eh!”. E per tutta la legislatura rimase coerente con questo impegno, diventando un pungolo per il partito.

Celeberrima fu la sua Intervista politico filosofica, pubblicata da Laterza nel 1974, che gli costò la cattedra all’Università di Roma in seguito alle minacce di morte di chi da sinistra lo accusò di essere un “revisionista al servizio dei padroni”. Del resto già dal 1956 rischiò di far la stessa fine dei dissidenti in URSS, quando firmò un appello contro l’invasione sovietica di Budapest.

Pensare invece che fu uno dei più importanti, se non il più importante, fra gli studiosi di Marx, quel Marx che ad un certo punto lo fece precipitare nell’ansia di aver perso troppo tempo: in quella celebre intervista Colletti affermava chiaramente la sconfitta dell’ideologia comunista e l’opportunità di guardare al modello liberale. Eretico!

Del resto, Colletti bastian contrario lo fu dall’inizio: altro che Gramsci, ma Lenin. “Un po’ rozzo magari”, diceva, ma di importanza fondamentale. Basti pensare a quell’articolo, pubblicato su Panorama, in cui ci serviva sul piatto una straordinaria coincidenza di vedute tra due filosofi che più diversi non potevano essere, cioè Lenin e Popper. Imperdibile!

fonte Facebook @luciocolletti.it

Colletti scrisse pochi libri ma imprescindibili (i più famosi: Il marxismo e Hegel, Ideologia e società e la famigerata Intervista politico filosofica, un caso editoriale con numerose traduzioni all’estero). E, forse soprattutto, scrisse parecchi articoli: aveva quel dono, così raro tra i professori, di scrivere di cose toste senza annoiare e per questo le pagine dei settimanali e dei giornali divennero un mezzo popolare di diffusione delle sue idee, anche se lui, popolare, non lo divenne mai: a sinistra non perdonano chi pensa con la propria testa.

Ma, poco prima che se ne andasse all’improvviso, una sua foto coi capelli biondi era stata pubblicata sulle pagine “poco importanti” di alcuni quotidiani: quel giorno, anziché lo shampoo, s’era per sbaglio messo sulla testa la lozione della moglie e il risultato fu un Colletti improvvidamente e improvvisamente pop.

Moriva vent’anni fa, durante una nuotata. Quattro mesi prima se ne era andato Montanelli e a differenza del “toscanaccio” aveva fatto in tempo a vedere lo scempio delle Twin Towers. Chissà cosa direbbe oggi della psico-polizia che ti fa rischiare il gabbio se osi parlare fuori dal coro.

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