Raffaello dona serenità, il resto è ricamo

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Raffaello, Resurrezione (1501), Public domain

Entrando in casa Santi a Urbino la prima cosa che si vedeva era una lampada pendente a forma di stella, fu il primo approccio a un pittore su cui nessuno deve avere dubbi, sia per la sua personalità  artistica che come portabandiera di quell’Italia realistica e simbolica, un po’ scolastica, un po’ manifesto promozionale piacevole a cui non si deve chiedere nulla se non la trasparenza emozionale.

Ma non è così. Raffaello è un sì e un no, e pare che ormai sia una bestemmia discuterne, come per i tre colori della bandiera italiana. A ciò si devono aggiungere le scaglie dorate di una sua santità pagana: quella stella era la sua cometa, morì in amore, dipingeva su un balcone, e molto altro che non c’è ma ci dovrebbe essere.

Dell’intensità perugina non c’è traccia, della prospettiva obbligata neppure, la stessa teatralità cinquecentesca è uno sfondo come pure il panneggio di persone/personaggi un po’ tristi nell’immobilità, e allora Raffaello ha recitato bene oppure nessuno s’è prodigato a scavare in quell’autoritratto dove il buio è un simbolo più che una notte?

Proporsi in un autoritratto all’autore fa sempre molta paura, come a un poeta dare i propri sentimenti a gente estranea.

Penso che a un viaggiatore tremino le gambe avvicinandosi a Raffaello, perché quel troppo facile può nascondere di che venire incolpati di trasgressione e polemica accademica, di incoscienza e perfino tradimento di un sentimento italiano e universale, eppure camminando tra i suoi dipinti in una mostra, fra cieli azzurri e tanto esotici, regna l’inquietudine.

Si acquista obbligatoriamente alla reception una riproduzione, che però rimarrà nel suo rotolo, perchè? Ciascuno dà la sua risposta in  privato o in silenzio, al massimo esprime “Che bravo!”, un modo per uscire dall’imbarazzo.

Il mondo attuale cammina verso le spiagge, le rosticciate, lo sballo, la mancanza di regole, irritano le composizioni raffaellesche, i cieli tersi, le sguardi e le pose allusive, tutto vi è ormai vecchio, consumato.

Si prova a cercare un senso, ma quel suo troppo facile non è più attuale qui dove tutto è complicato e incerto. Quelle architetture immense, simbolo di solidità storica, non hanno retto al bisogno secolare di libertà.

Quando Raffaello sembra franare ci si accorge di un fascino semplice, lontano dall’oggi, lo stesso dell’autoritratto di una persona che non vuole rispondere ai mille interrogativi di gente che passa e chiede soltanto di venire accettato, lo sguardo innocente e rassegnato di un agnello.

E’ una visione meno gigantesca, meno platonica e aristotelica, ma più apprezzata da un’attualità che cerca oltre l’inganno mecenatistico, oltre una magniloquenza inventata e vuole  fermarsi in ciò che quei cieli e quei colori propongono, il sogno totale, dalla nascita alla partenza.

Ancora una  volta l’innocenza statica dei dipinti dona serenità, il resto è arzigogolo, ricamo, al più.