Era il 9 agosto 1919 quando Ruggero Leoncavallo, appena sessantaduenne, moriva, a Montecatini Terme. L’autore di una delle opere italiane più famose al mondo, forse l'”opera italiana” per eccellenza, “Pagliacci”, se ne andava in sordina, messo in ombra dai successi di Giacomo Puccini, quasi dimenticato. Eppure la celeberrima aria “Recitar!” era diventata la vera e propria bandiera dell’Italia nel mondo: un’Italia virile, romantica, bollente nei sentimenti e nell’onore. Era l’immagine che il mondo aveva dei popolani italiani, gente di coltello (“dago” ci chiamavano spregiativamente gli americani) e d’onore, disposta a versare sangue – proprio e altrui – per il proprio nome. Quanta differenza con gli italiani tamarri di un secolo dopo… Cento anni fa Canio era un modello, oggi, tutti quanti sarebbero Tonio…
Ruggero Leoncavallo nacque il 23 aprile 1857 a Napoli, in una famiglia benestante. Suo padre, Vincenzo, era un magistrato, mentre sua madre, Virginia D’Auria, proveniva da una famiglia di musicisti. Questo ambiente favorì il suo precoce interesse per la musica. All’età di nove anni, Ruggero iniziò a studiare pianoforte e composizione al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, dove fu allievo di maestri come Beniamino Cesi. Un episodio traumatico segnò la sua giovinezza: la sera del 4 marzo 1865 assistette all’omicidio del suo accompagnatore e domestico di casa, il giovane Gaetano Scavello, che fu ferito a morte in una lite per strada. Un evento che influenzò profondamente Leoncavallo e che anni dopo ispirò il soggetto di “Pagliacci”.
Dopo il diploma al conservatorio nel 1876, completò la sua formazione con studi letterari all’Università di Bologna, dove si avvicinò alla poesia e al teatro, affinando le sue capacità come librettista.
Negli anni successivi, Leoncavallo cercò di affermarsi come compositore, ma incontrò numerose difficoltà. Dopo aver completato la sua prima opera, Chatterton (1876, basata su un dramma di Alfred de Vigny), non riuscì a farla rappresentare a causa di problemi finanziari e organizzativi. Per mantenersi, lavorò come pianista e insegnante di musica in diverse città europee, tra cui Parigi e Londra. In questo periodo, si esibì anche come accompagnatore in caffè-concerto e compose canzoni popolari, un’attività che gli permise di affinare il suo stile melodico. A Milano, Leoncavallo entrò in contatto con l’editore musicale Giulio Ricordi, ma il loro rapporto non portò a successi immediati. Tornato in Italia, lavorò al progetto di un’ambiziosa trilogia storica,”Crepusculum“, ispirata al Rinascimento italiano, ma anche questo progetto non vide la luce per mancanza di supporto.
Il punto di svolta nella carriera di Leoncavallo arrivò nel 1892 con “Pagliacci”, un’opera in due atti che scrisse sia come compositore che come librettista. L’opera, nasceva sulla scia del successo della “Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni e si inseriva nel solco del Verismo, mettendo in scena l’esperienza vissuta dal piccolo Ruggero in Calabria, con l’assassinio di cui fu testimone. “Pagliacci” racconta la tragica storia di una compagnia teatrale itinerante il cui capocomico, Canio, scopre d’essere stata tradito dalla sua amatissima fidanzata, Nedda. Un attore della compagnia, Tonio, respinto da Nedda che gli ha preferito un contadino locale, Silvio, la denuncia a Canio. In un magistrale sovrapporsi della commedia che gli attori devono recitare davanti al popolo con la tragica scenata di gelosia di Canio, la vicenda termina con l’omicidio di Nedda e Silvio, accoltellati da Canio davanti a tutti. Il sipario cala mentre, beffardo Tonio ridacchia “La commedia è finita!” (battuta che spesso è invece messa in bocca a Canio stesso, dove assume invece toni di sconfinata amarezza).
Presentata il 21 maggio 1892 al Teatro Dal Verme di Milano, diretta dal giovane e misconosciuto Arturo Toscanini, “Pagliacci” ottenne un successo immediato. Questo trionfo consacrò Leoncavallo come una delle figure di spicco del Verismo.
Dopo Pagliacci, Leoncavallo cercò di replicare il successo, ma nessuna delle sue opere successive raggiunse la stessa popolarità. Tra i suoi lavori più noti di questo periodo c’è “I Medici” (1893) mentre parte della progettata trilogia “Crepusculum”, fu rappresentata con scarso successo. Proprio in quegli anni lo “scontro” con Giacomo Puccini fu rivelatorio del destino di Leoncavallo: la sua “Bohème” (1897) messa in musica del romanzo Scènes de la vie de Bohème di Henri Murger, venne eclissata da quella pucciniana uscita l’anno precedente. Tre anni dopo con “Zazà” (1900) ottenne un discreto successo, grazie alla sua vena melodica e al realismo dei personaggi. Ma nessuna di queste opere raggiunse il successo dei “Pagliacci”.
Leoncavallo si dedicò anche alla scrittura di operette, come “La reginetta delle rose” (1912), e di musica da camera e romanze, fra cui restò celeberrima “Mattinata”, ma il suo nome rimase indissolubilmente legato a “Pagliacci”. Durante questo periodo, lavorò anche come librettista per altri compositori e viaggiò molto, consolidando la sua reputazione internazionale.
Negli ultimi anni della sua vita, Leoncavallo affrontò nondimeno difficoltà economiche e un calo di popolarità. Durante la Prima Guerra Mondiale, compose opere patriottiche, come l’inno Marcia trionfale (1916), ma queste non ebbero grande risonanza. La sua salute peggiorò, e morì il 9 agosto 1919 a Montecatini Terme, in Toscana, all’età di 62 anni.

















