Strapaese e stracittà nella musica degli anni Venti e Trenta del ‘900

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Tra sentimentalismo e modernismo le dolci melodie in camicia nera

Che l’America avesse aperto le porte del Novecento con un piglio da padrone di casa cominciò ad essere chiaro quando, all’indomani della prima guerra mondiale, l’Europa fu inondata da ritmi provenienti da oltreoceano: Charleston, Fox-Trot… Nei vecchi filmati color seppia risalenti ai primi anni Venti si vedono coppie che ballano con movimenti a scatto, con una volenterosa meccanicità. Le pellicole pionieristiche con i loro sbalzi ancor di più accentuano quel muoversi rimato, che trasmette contemporaneamente il senso di un entusiasmo e di una ossessione che sale dalle profondità organiche. A ben vedere quei movimenti così volitivi non erano solo appannaggio dei balli americani: qualcosa di simile si diffondeva nella società italiana all’indomani del biennio rosso, con l’approssimarsi della marcia su Roma. Vi era in fondo nel fascismo un elemento di dinamicità abbastanza simile a quell’americanismo musicale: un eccesso della volontà sul pensiero che di volta in volta si declinava come gioia di vivere e come spavalda affermazione sul nemico.

Vi era poi l’Italia “strapaesana”, più impermeabile alle mode esotiche, e da quell’Italia campagnola, mediterranea emergevano altri ritmi, come quello del liscio romagnolo. Nel corso del Ventennio il confronto tra Stracittà (l’impulso alla modernità, il futurismo che esplodeva nelle grandi città) e Strapaese si verificò anche nel campo musicale. Il fiorire della grande canzone napoletana con motivi che sfidano il tempo (Reginella, ‘O paese d’ ‘o sole, I dduje paravise) si pone a cavallo tra i due schieramenti – quello “futurista” e quello “tradizionale” – come una sorta di terza via, dal momento che la melodia napoletana da un lato affonda le sue radici nel patrimonio popolare, dall’altro manifesta una straordinaria capacità di innovazione: si impone nei cafè chantant delle città, dà vita alla sceneggiata. Anche altre vene regionali, come quella della canzone romana, continuano ad esprimere straordinari valori artistici.

La musica degli anni Venti e Trenta fornisce buone prove per quella interpretazione sociologica che ha descritto il fascismo come “totalitarismo imperfetto”, distinguendolo dalle più feroci dittature comunista e nazista.

Dietro la facciata eroica del regime la canzone continuava ad esprimere sentimenti di quotidiana cordialità: la celebre “Mille lire al mese” dà voce al sogno piccolo borghese di un modesto benessere, di una vita coniugale soddisfatta nel nido di un appartamento urbano. In “Parlami d’amore Mariù” cantato da De Sica si insinua una vena di sensualità: la grande liberazione dei corpi e dei sensi che è cifra di tutto il Novecento si manifesta anche in Italia. Il fascismo – che non è un regime clericale-conservatore – mira a irreggimentare più che ad opporsi a queste nuove pulsioni. Vi è sensualità sublimata nelle sfilate, nelle manifestazioni ginniche, nelle ore di educazione premilitare.

Mentre in Germania e Russia la musica di regime si manifesta con monumentale eroicità, in Italia sembra che il fascismo prenda proprio a prestito l’allegria ritmata della musica leggera: “Faccetta Nera” è appunto espressione di un avventurismo coloniale che vorrebbe andare in una direzione decisamente opposta a quella dell’apartheid inglese o delle sciagurate leggi razziali che verranno.

Intanto nasce l’EIAR, la radio di Stato, e nel 1938 l’EIAR bandisce la prima gara nazionale di cantanti italiani… siamo a un passo dal Sanremo del dopoguerra.

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