Susanna Egri: “A cento anni do ancora lezioni di danza”

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Di VinsCriniti - Opera propria, CC BY-SA 4.0

Il 18 febbraio 2026 al Teatro Il Maggiore di Verbania, la Fondazione Egri festeggerà i cento anni di vita della ballerina e coreografa Susanna Egri, nata a Budapest, fondatrice e attuale presidente dell’omonima Fondazione.

Che cosa succederà il 18 febbraio a Verbania?

Innanzitutto compio 100 anni, nessuno ci crede. Questa cosa stupisce anche me, perché io non ho mai pensato all’età, non me ne importa niente, faccio quel che devo fare, quel che mi sento di fare, sono gli altri che ne parlano e 100 anni è un traguardo abbastanza importante. Quindi ci sarà una celebrazione in cui andranno in scena due balletti, uno mio, ritenuto il mio capolavoro che si chiama “Istantanee” (1953) e poi un secondo balletto che il mio erede spirituale e professionale Raphael Bianco mi dedica, si chiama “Cantata Profana” ed è un meraviglioso pezzo di Bartók.

Qual è il segreto per arrivare a questa età?

Guardi, non so se c’è un segreto, certamente la danza ha la sua parte importante, cioè occuparsi di danza da sempre, fin da piccola e quindi avere questa capacità di usare il corpo come strumento che è per danzare ma è anche per vivere, è un privilegio in cui mi sono trovata, non l’ho cercato, mi sono trovata nella danza perché tra l’altro mia mamma era già lei una maestra di danza, quindi quando mi ha insegnato a camminare mi ha anche insegnato i primi rudimenti della danza.

Anche le sue cugine danzavano, giusto?

Sì, da parte materna c’è la danza, da parte paterna c’è il gioco del calcio, comunque sono due attività motorie, questo credo che sia molto importante, perché a parte il motorio, nel calcio c’è il fatto del gioco. Mio padre, che come lei sa è stato l’artefice del grande Torino, ha sempre fatto osservare che in tutte le lingue in cui si parla di calcio si dice “gioco del pallone”, “gioco dei piedi”, ci sono delle locuzioni, solo in italiano si chiama “gioco del calcio”. Quindi l’elemento gioco è molto importante proprio nella concezione della vita di mio padre, infatti uno dei suoi libri favoriti è “Homo Ludens” di Johan Huizinga, in cui praticamente tutte le attività umane e anche anche animali, hanno questo fondamento di gioco. Credo che nella vita non bisogna prendersi troppo sul serio, ma pensare che c’è sempre l’elemento gioco in tutte le cose, anche forse nelle più drammatiche e in più c’è il fatto del movimento, che vuol dire anche equilibrio, stare dritti in piedi.

Quindi la postura?

Sì, la postura che è non solo esteriore ma è anche interiore, viene da dentro, la danza è qualcosa che nasce da dentro e poi si realizza con i movimenti, ma c’è sempre la postura. Ecco, questi sono gli elementi e credo anche una certa sobrietà generale nella vita, nel mangiare, nel fare le cose che si fanno. Cioè la misura, ecco, la misura. Quindi abbiamo detto equilibrio, misura, ecco, questi forse sono i coefficienti della possibilità di tirare avanti nel miglior modo possibile.

Il salone della Basilica Palladiana di Vicenza, ospita il cosiddetto Olimpichetto, ovvero la ricostruzione in legno e gesso delle scene e delle prospettive del Teatro Olimpico di Vicenza. Che cosa ricorda di quella tourneè del 1948?

Guido Salvini è stato il direttore di quella tournée incredibile per portare all’estero il teatro italiano. Non si poteva togliere il vero Teatro Olimpico dalle sue fondamenta, quindi è stato fatto questo facsimile a scopo tournée e infatti noi siamo andati a Londra e a Parigi. La cosa curiosa è che quella è stata una compagnia formidabile in cui erano concentrati tutti i più grandi attori e attrici del momento, i veterani ma anche la nuova fioritura di giovani talenti usciti dall’Accademia Silvio D’Amico come Vittorio Gassman, Nino Manfredi o Rossella Falchi. E io sono diventata prima ballerina di questa fantastica compagnia in cui Salvini aveva voluto ricreare con l’Edipo Re di Sofocle quella che era la consuetudine del teatro greco in cui l’orchestra aveva molta importanza.

Ma è vero che Lei è stata la prima ballerina nel primo programma della Rai?

In quel programma io ero apparsa in una coreografia che avevo creato appositamente sulla musica di Charlie Chaplin, “Luci della ribalta”. Danzavo con un mio partner che avevo fatto venire dagli Stati Uniti e in Italia non c’era niente di valido. Io facevo già parte del periodo sperimentale della televisione fin dal 1949, perché la televisione è nata a Torino e io mi trovavo a Torino per una situazione tragica e lì è successo proprio in quell’anno la sciagura di Superga, che per me è stato  lo schianto della mia vita, cioè aver perso da un momento all’altro mio padre, che per me era veramente indispensabile. Io ero convinta che non avrei potuto continuare a vivere senza di lui e senza tutta la squadra. Io ero molto amica di tutti quanti, tutta la squadra leggendaria del grande Torino e mi sono trovata completamente a pezzi e devo dire che è stata la televisione ad aiutarmi a risollevarmi.

Nel 2027 ci sarà il cinquantesimo anniversario di “Hanystók”. Com’è nato il canovaccio di quell’opera?

Questo balletto è stata una mia creazione molto importante, perché nasce da una leggenda ungherese. Pare che una volta qualcuno riuscisse a pescare in mezzo a un acquitrino, in un territorio che apparteneva ai principi Esterházy, una famosa dinastia di principi e da queste acque emergeva un essere strano mezzo pesce, mezzo rana e mezzo uomo. I pescatori che hanno tirato fuori quest’essere, l’hanno portato alla principessina Esterházy, dicendo: “Abbiamo trovato questo strano essere!” e lei si incuriosisce e si appassiona a questo essere che riesce a far muovere come una persona umana. Ma alla lunga si stufa, perché finché è un giocattolo, va tutto bene, ma poi lo manda nelle cucine per aiutare la capocuoca, che è cattivissima e lo tratta malissimo, gli fa fare cose troppo umilianti e faticose, per cui lui scappa e stufo di tutto il mondo umano, preferisce rituffarsi nel pantano.

Come immagina il futuro della danza, con le nuove leve?

La danza anzitutto è l’arte del presente. La danza esiste nel presente. La danza è rivolta ad un pubblico che esiste adesso, hic et nunc, non può essere messa da parte. La mia giornata è piena di cose, io insegno tutti i giorni, nessuno ci vuole credere, ma è la verità. Io tutti i giorni do un’ora e mezza di lezione, a vari livelli, anche ai piccolissimi, anche ai più grandi, a seconda dei periodi. E’ molto importante riuscire a trasmettere alle nuove generazioni quello che mi ha fatto arrivare fin qua.

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